"Lo sai che cosa faccio, io, quando desidero ardentemente qualcosa?" (Zorba il greco)
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"Lo sai che cosa faccio, io, quando desidero ardentemente qualcosa?" (Zorba il greco)


Oggi leggiamo per l'ultima volta alcuni brani dal romanzo Zorba il greco di Nikos Kazantzakis:

"«Lo sai che cosa faccio, io, quando desidero ardentemente qualcosa?» riprese. «Me ne sazio a tal punto che in seguito non ci penso più: o, se ci penso, provo ripugnanza. Da bambino - tanto per dare un esempio - andavo pazzo per le ciliegie. Non avendo danaro ne comperavo poche alla volta e, dopo averne mangiate tutte, mi restava sempre la voglia di mangiarne ancora. Giorno e notte non potevo pensare altro che alle ciliegie. Mi veniva la schiuma alla bocca: era una vera tortura! Ma un giorno fui vinto dalla collera o dalla vergogna, non so bene quale sentimento mi possedesse. Comunque, capii che ero schiavo di un pugno di ciliegie e che la mia situazione era ridicola. Allora cosa feci? Una notte mi levai da letto, frugai nelle tasche di mio padre, vi trovai una megidjè d'argento e la presi. La mattina dopo, alzatomi prestissimo, corsi a comperare un paniere di ciliegie. Poi sedetti in un fosso e mangiai, mangiai, sin che fui gonfio come un pallone. Lo stomaco cominciò a farmi male, non passò molto tempo e mi si rovesciò completamente. Sì, padrone, rigettai le ciliegie, e da quel momento non ho più provato il minimo desiderio di assaggiarne una. Mi ero liberato. Potevo dire alle ciliegie: adesso non ho più bisogno di voi. In seguito mi comportai in modo identico con il vino e con il tabacco. Bevo e fumo ancora, ma posso smettere in qualsiasi momento. Non sono schiavo delle mie passioni. Lo stesso mi successe nei riguardi del mio paese. Ci pensavo sempre, avevo l'idea patriottica fissa nel cervello: allora mi dedicai corpo e anima a quell'ideale, sin che ne ebbi nausea e me ne liberai per sempre.»
«E le donne?» domandai.
«Verrà anche il loro torno. Che siano maledette! Verrà! Quando avrò settant'anni!»
Rifletté un momento su quella scadenza che gli sembrava troppo imminente.
«Ottanta», rettificò. «Vedo che l'idea ti fa ridere, padrone, ma non è il caso. Con codesto sistema gli uomini si affrancano da ogni servitù. Ascoltami, padrone: non esiste nessun altro mezzo, tranne quello di satollarsi sino a scoppiare. Adesso passiamo all'ascetismo: come speri di vincere il diavolo, se non trasformandoti in un diavolo tu stesso?».
[...]
«[...] Tu bevi tutto quello che è scritto nei libri, ma hai mai provato a riflettere un attimo sul carattere e sulle abitudini degli scrittori? Puah! una manica di maestri di scuola! Che ne sanno loro della donna, o anche semplicemente degli uomini che corrono dietro le donne? Un bel nulla!»
«Perché non scrivi tu un libro, Zorba? Perché non ci spieghi tutti i misteri del mondo?» domandai ironicamente.
«Per la semplice ragione che io, codesti misteri, come li chiami tu, li vivo e non mi rimane tempo per scrivere. A volte la guerra, a volte il vino, a volte le donne, a volte il santuri, c'è sempre qualcosa che mi tiene occupato: non troverei mai un minuto libero per maneggiare una miserabile penna! Ecco perché la letteratura cade in balia degli scribacchini! Tutti coloro che conoscono veramente le miserie della vita non hanno tempo per scrivere, mentre coloro che ne hanno il tempo, ignorano le più elementari verità. Mi capisci?»" (pp. 234-235; pp. 260-261).