"Sto facendo giusto?" (Jon Kabat-Zinn)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"Sto facendo giusto?" (Jon Kabat-Zinn)


Continuiamo anche oggi a leggere qualche brano dal testo Riprendere i sensi di Jon Kabat-Zinn:

"Ogni realizzazione è possibile una volta che riconosciamo il fatto che non c'è alcuna realizzazione né nulla da realizzare, che lo ricordiamo e lo incorporiamo nel nostro modo di vivere il momento presente e la vita intera. È il dono della vacuità, questo, la pratica del non dualismo [...]. E la mente non è più prigioniera di niente, non è più centrata su se stessa. È libera.
[...]
Quando nella mente vi nasce il pensiero e la domanda «Sto facendo giusto?» e genera dubbio e confusione c'è un'altra risposta da dare, una risposta che proviene dalla natura non strumentale della pratica meditativa, dal fatto che la meditazione non consiste nell'andare da qualche altra parte ma semplicemente nell'essere dove vi trovate già e saperlo. Da questo punto di vista, se rimanete nella consapevolezza state andando bene qualunque cosa proviate, che sia piacevole spiacevole o neutra. Se vi annoiate e ne siete consapevoli state andando bene. Se siete spaventati e lo riconoscete, state andando bene. Se siete confusi e lo sapete, state andando bene.
Se siete depressi e lo sapete, state andando bene. Se di colpo prendete consapevolezza che la vostra fabbrica dei pensieri non chiude mai per ferie e invece di lasciarvi trascinare nell'agitazione riuscite a «essere la conoscenza stessa», allora state andando bene. E se di fatto siete travolti dall'agitazione e dalla proliferazione dei pensieri e dalla loro fabbricazione e dal fragore di cascata della mente pensante e ne siete consapevoli, e riuscite a «essere quella conoscenza» in quel momento, allora state andando bene.
Di fatto non c'è niente che possiate fare o che vi possa capitare che non possa far parte della pratica a buon diritto, se ne siete consapevoli e riuscite ad abbandonarvi alla fiducia e a dimorare nella consapevolezza invece di restare perennemente intrappolati nella turbolenza, nell'agitazione, nell'attaccamento, nel desiderio, nel rifiuto di tutto ciò che si presenta.
[...]
La consapevolezza di ognuno è uno spazio davvero ampio nel quale risiedere; non c'è momento in cui non sia un'alleata, un'amica, un santuario, un rifugio. E non è mai assente, solo che a volta è velata. [...] Se fai appello alla consapevolezza quando sei immerso nei dubbi, nell'infelicità, nella confusione, nell'ansia, nel dolore, questi stati mentali non sono più «tuoi»: sono solo condizioni meteorologiche del tuo corpo e della tua mente. Quella dimensione di «te» che sa già che dubiti, che sei infelice, che sei confuso, ansioso, risentito, che soffri, non è nessuna di queste cose e sta già bene, è già nella pienezza dell'essere. Non sarà mai altro da ciò che è, dalla persona che sei in realtà, a livello più essenziale. E così, se ricordi la consapevolezza non giudicante nel momento presente come una possibilità e stai imparando a fidartene e vai a trovarla di tanto in tanto, a maggior ragione se vi prendi residenza per tempi più lunghi, allora non solo «stai facendo bene», ma in realtà non c'è nessun «fare» e non c'è mai stato, né c'è qualcuno che lo faccia. Non si tratta, non si è mai trattato di «fare»; si tratta di essere: essere il sapere, compreso il sapere di non sapere. Che differenza c'è? Fermiamoci un attimo a meditare su questo fatto" (p. 165, pp. 282-284).