Vacuità (Jon Kabat-Zinn)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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Vacuità (Jon Kabat-Zinn)


Leggiamo qualche brano dal testo Riprendere i sensi di Jon Kabat-Zinn:

"«Che grande peso essere Qualcuno! / Così volgare [...]» (Emily Dickinson) [...]
Un rabbino, durante una delle funzioni del Kippur, fu assalito da una sensazione di unità e legame con l'universo e con Dio; innalzato di colpo in uno stato di estasi, esclamò: «O Signore, io sono il Tuo servitore. Tu sei tutto, io non sono nulla». Il cantore, profondamente commosso, esclamò a sua volta: «O Signore, io non sono nulla!». Allora si udì il custode della sinagoga, a sua volta profondamente commosso, esclamare: «O Signore, io non sono nulla!»; al che il rabbino si china verso il cantore e sussurra: «Ah, guarda chi è che si crede di essere nulla!».
Va avanti così, nel nostro perpetuo tentativo di definirci come qualcuno o come nessuno [...].
Chi crediamo di essere? [...] E che cosa crediamo di essere? Sono domande da cui rifuggiamo. [...] Preferiamo invece fabbricarci una storia che metta più in luce alcuni aspetti dell'«io» in quanto entità di durata permanente [...], e poi preferiamo attaccarci a quella storia e soffrirne [...] invece di osservare a fondo la natura misteriosa del nostro essere al di là dei nomi, apparenze, ruoli, risultati, al di là delle nostre solite costruzioni mentali. L'abitudine a fabbricarci storie su noi stessi [...] ci rende molto difficile raggiungere la pace della mente [...].
Se pensiamo di essere qualcuno, [...] ci sbagliamo. E se pensiamo di non essere nessuno, ci sbagliamo ancora. Soen Sa Nim avrebbe detto: «Se dici di essere qualcuno ti attacchi a nome e forma, dunque ti darò trenta bastonate. Se dici di non essere nessuno ti attacchi alla vacuità, dunque ti darò trenta bastonate. Che cosa potete fare?». Forse qui il problema è il fatto stesso di pensare.
[...] La nostra è una civiltà di sostantivi: volgiamo le cose in cose [...]. È qui che sviluppiamo un involontario attaccamento per «nome e forma». [...]
Buddha ha detto una volta che il messaggio centrale di tutti i suoi insegnamenti [...] può essere riassunto in un'unica frase. [...] La frase è questa: Non attaccarsi a nulla considerandolo «io», «me» o «mio». In altre parole: non attaccamento, specie a un'idea prefissata su se stessi e su ciò che si è.
[...] La questione dell'identificazione, dell'autoidentificazione e della nostra abitudine a reificare, ossia rendere concreto, il pronome personale facendone un «sé» assoluto e indiscusso, e poi di vivere all'interno di quella che chiamiamo «la mia storia» [...] nel buddhismo questa reificazione è considerata la radice di ogni sofferenza e di ogni emozione afflittiva, un'identificazione erronea della totalità del proprio essere con la biografia limitata che attribuiamo al pronome personale.
[...] La vacuità è intimamente correlata alla pienezza. Vacuità non significa un vuoto privo di significato, un'occasione di nichilismo, passività e disperazione o l'abbandono dei valori umani: al contrario, vacuità è pienezza, significa pienezza, permette la pienezza, è l'invisibile, intoccabile «spazio» all'interno del quale determinati eventi possono emergere e dispiegarsi. Senza vacuità non c'è pienezza. [...] La vacuità mira all'interconnessione di tutte le cose, di tutti i processi e fenomeni. La vacuità ci permette una vera etica basata sulla reverenza per la vita e sul riconoscimento dell'interconnessione di tutte le cose; un'etica che riconosce come folle il tentativo di forzare le cose a rientrare nei propri modelli stretti e miopi per il proprio tornaconto" (pp. 153-164).