"Non puoi ottenerlo pensandolo, non puoi ottenerlo non
pensandolo".
Per prima cosa, cominciamo con il dire
che evidentemente nella coppia ottenimento-pensiero c'è qualcosa che non va. Il
pensiero cerca di imbrigliare, di afferrare, di bloccare: appunto, di ottenere.
Dietro alla strategia del pensiero c'è sempre la volontà di conquista, di
possedimento. È ovvio che qui siamo su un piano molto distante da questa
dinamica.
In questa frase compaiono significative
parole: non, potere, ottenere, pensare. Tutti
termini che indicano idee illusorie, se relazionate alla pratica zen. Cosa
ottieni? Questo soprattutto è il concetto più bizzarro: non si ottiene proprio
nulla. Il momento presente non lo si ottiene mai; se desideri ottenerlo,
certamente non lo stai vivendo. Desidera ottenere chi è un accattone, chi non
risiede nel 'qui e ora', chi si sente manchevole, insufficiente, chi è succube
del sentimento della vana speranza. Desidera ottenere chi è alla ricerca
spasmodica di qualche novità, di un elisir per la vita felice, chi è un
capitalista dello spirito. Insomma: è il dualista per antonomasia colui che
vuole ottenere, cioè colui che si separa dall'attimo, da se stesso. Sono in me
stesso solo nell'attimo.
Potere: una parola terribile. Quando dico "posso", vuol dire che c'è sempre la
sua controparte. Potere significa che c'è qualcosa di consentito e qualcosa no.
Praticare attraverso la propria capacità di potere, con la propria volontà di
potenza, è come vivere a pugni chiusi, è come scegliere un certo percorso da
seguire piuttosto che un altro. È come ricordare a se stessi continuamente:
"Dai, ce la posso fare!". È come voler risolvere un problema; ma il fatto è che
qui non c'è nemmeno il problema. O meglio: il solo problema è quello di pensare
che ci sia un problema!
Appunto: pensare. Se pensi, cali il sipario tra te e la realtà: vivi nel tuo
incubo mentale. Se non pensi, non sei certo naturale, ti imponi una disciplina
folle. E allora? Lascia la presa!
E poi: non. Ecco: usciamo dal non. C'è un no che si oppone al sì: finché
rimarremo su questo piano, non ne usciremo mai. C'è un sì - o meglio: un 'che
sia' - che è al di là del sì-no. È ciò che è vissuto nella pratica meditativa:
che sia. Un pensiero c'è? Che sia. Un pensiero se n'è andato? Che sia. È
riconoscere ciò che è presente: se lo riconosci, sei pacificato, sei svuotato,
sei presente. Si potrebbe dire: la meditazione è l'arte del 'che sia'.
Un'ultima cosa. In realtà c'è ancora una parolina in quella frase. "Lo":
ottenerLo, pensandoLo. Cos'è quel "lo"? Chiederselo è inutile: ci limita.
Ricordiamo: nirvana è samsara. Cioé: realizzazione e momento presente
combaciano. Se pensi al momento presente, te ne allontani; se cerchi di non
pensare al momento presente, ti snaturi. Se vai al di là del pensare-non
pensare, quel "lo" si presenta e si apre. Si presenta magari attraverso un
evento particolare, ma si apre al di là di questa o quella identificazione,
rappresentazione, situazione. Proprio per questo quel "lo" è anonimo, non è
circoscrivibile, non è in altro modo nominabile: non è lì, non è là. È presente
sempre: sempre diverso, sempre identico, mai uguale, mai separato.