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ZAZEN

L'insegnamento di Buddha vuole trasmettere l'individualità che vive il Sé originale in maniera autentica.

Portare a compimento questo modo di vivere è gioia in quanto lo Zen è istinto alla libertà .

Lo zazen non è una forma esteriore, non è il porsi nella classica posizione "fiore di loto", non è un qualcosa di accessorio della vita di un praticante zen, è l'essenziale, è una condizione mentale e può praticarsi anche quando si è in movimento, quando si lavora, quando si studia.

E’ l’essenza dello zen: per la mentalità occidentale è difficile accettare il fatto che praticare zen significhi stare seduti e praticare la ricerca del nulla; allora, la mente si sofferma sulla posizione e, magari, si pensa che stando seduti bene o,ancora meglio, con le gambe incrociate, questo sia vero zen. Quello che ho sempre ribadito nelle mie lezioni è che lo zazen non è una posizione ma un’attitudine mentale e psichica. Si esegue zazen , anche nella posizione ren ge wa za, (fiore di loto), ma si può stare seduti senza eseguire zazen. Siamo noi che diamo sostanza alla forma, che trasformiamo una semplice posizione in un vero zazen.

Nel praticare zazen si ricerca il significato della vita non all’infuori di noi, ma in noi stessi.

Si impara a vivere la vita e a non vivere nella vita; la differenza è enorme.

Vi è differenza tra essere gli attori della propria vita ed esserne i protagonisti secondari; quest’ultimi vivono nella scena della vita solo per rispondere ad alcune esigenze che altri (es. società, parentela, consuetudine, ecc.) hanno imposto nella nostra vita. Spesso noi viviamo la vita in funzione delle relazioni con il mondo, quasi ubbidendo a delle apparenze dettate dal mondo degli altri. Non è ciò che definiscono gli altri ciò che ha valore per me; il pensiero del mondo non è realtà. La realtà della vita sfugge a qualsiasi definizione logica; le definizioni definiscono, appunto, la vita ma non sono la vita. Il pericolo è che si arrivi a pensare che la definizione della realtà sia la stessa realtà. E’ l’esperienza che definisce la realtà.

E’ certamente vero che l’uomo è un essere relazionale, per cui per vivere bene deve relazionarsi con altre persone e formare una società civile dove dovrebbe vigere la regola della trasmissione del KI positivo (amore). Questo non significa, però che io debba demandare ad altri la mia vita e vivere nell’ottica del pensiero degli altri. Gli altri guadagnano più di me? Non deve essere questo il pensiero che ottenebra la mente; i pensieri devono essere altri e del tipo: quella persona che guadagna più di me vive meglio di me? E’ soddisfatto della sua vita? O ciò che il guadagno chiede in cambio è troppo rispetto a ciò che dà? Anche a me piacerebbe guadagnare tanto, ma sono in grado? Ho delle capacità per arrivare a tali traguardi? Ciò che desidero può darmelo i soldi?

Ragionando in quest’ottica si perde il desiderio di relazionalità con gli altri. O meglio, si comprende che il desiderio di relazionalità con gli altri si deve basare su altri valori, sulla comunicazione, sullo sforzo di arrivare ad aiutare il prossimo ad essere se stesso. Questa è la vera comunicazione.

Questa è la retta pratica: essere se stessi nella verità; essere veri in se stessi; manifestare sempre la nostra verità e non adattandola a ciò che pensano gli altri.

Essere se stessi significa essere uomini, cioè esseri costituiti da spirito e corpo; aiutiamo gli altri ad esprimere se stessi. Non tutti sono in grado, per propria volontà o per volontà altrui (pensiamo a quanti paesi dove non si può ancora essere liberi di esprimere le proprie opinioni), di esprimere se stessi. La società ci informa delle regole che condizionano la nostra volontà: impariamo a lasciare libera la nostra mente.

Fare zazen significa vivere la vita reale del proprio essere.

Questo è lo zazen: vivere solo come si è. Io esisto non perché qualcuno me lo fa notare, o perché qualcuno mi definisce persona, ma perché è la mia realtà: io esisto, sono persona, perché questa è la mia realtà. E lo zazen è l’operare in atto questa realtà della mia vita.

Dal momento che vivere genuinamente il proprio essere originale equivale a spezzare il recinto del vecchio "me" pensato in base alle abitudini ed all'intelletto, se si demolisce questo recinto si dischiude l'ampiezza e la profondità del mondo senza limiti e volendolo esprimere a parole se ne può parlare a piacere.

La persona che ha questo modo di vivere senza confini, illimitato, volutamente non dà adito alla consapevolezza di stare vivendo una vita illimitata senza confini. Infatti, essendo la realtà senza limitazioni, la persona che la vive e questa realtà non possono essere differenziate come fossero due. D'altra parte indipendentemente dal fatto che a tutti sia già data la possibilità di vivere genuinamente il proprio modo di essere fondamentale, in colui il quale vive all'interno del recinto del vecchio "me" pensato secondo abitudini ed intelletto, non si manifesta l'universo in quanto funzionamento della piena libertà. Questo avviene perché dividendo da un altro me stesso e dall'altro il mondo inteso come oggetto, lì proprio si stabilisce una delimitazione.

Praticare zazen non vuol dire che una volta fatto zazen ne otteniamo qualcosa in cambio, oppure che procediamo costruendo qualcosa: la totalità dell'esistenza che comprende me stesso è procedere rendendo testimonianza della forma compiuta di ciò che è già in se stesso .

Dal momento in cui si incontra il proprio maestro le pratiche rituali quali bruciare l'incenso, compiere prostrazioni, recitare Nenbutzu non hanno più alcun valore; in occidente possono essere identificate con la ritualità superstiziosa che colpisce l'uomo di oggi. L'unica cosa necessaria è che il proprio zazen attuale coincida perfettamente ed autenticamente con la modalità del vero zazen. Proprio nel momento in cui fa zazen, unendo le mani, incrociando le gambe, in silenzio, senza emettere alcun suono, con la lingua aderente al palato, mentre la mente ed il cuore lasciano che il movimento della coscienza si manifesta così come è, soprattutto senza lasciarmene trascinare, in questo zazen si manifesta senza veli il vero modo di essere di tutto l'universo.

Allora la persona stessa che fa zazen è corpo unico con ognuna e tutte le cose che sono nello spazio, manifesta il vero aspetto originale di ciò che è se stesso . Così la totalità della vera forma aumenta sempre più il suo splendore, questa lucentezza più e più genera l'attività della vera forma originale. Inoltre, il mondo intero, inteso come luogo dove opera attivamente la vera sembianza, come pure tutti gli esseri viventi che vivono in esso, liberati dalle convinzioni particolari che vengono pensate in base alle abitudini ed alla mentalità, vedono distintamente come deve essere l'autentico modo originario di essere. In questo modo nel momento in cui tutti gli esseri davvero si dedicano completamente ad essere ciò che devono essere, tutto, sia le cose che gli esseri umani, vivendo nella forma che gli è veramente propria, superando le distinzioni relative quali "me" e "l'altro da me", e stabilendosi saldamente nella sorgente della vita, momento per momento fanno sbocciare l'assoluto modo in cui essere. Per questo ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla. Questo esistere senza aggiunte, poiché è rivolgere la propria luce direttamente verso di sé, cessando le abitudini stereotipate e le costruzioni mentali, è coincidere perfettamente con la vita nel suo aspetto fondamentale .

Lo zazen praticato come puro zazen non comporta neppure la consapevolezza di affrontare zazen; bisogna solo affidare completamente il proprio corpo e la propria mente alla forma stessa dello zazen; coltivando lo zazen non vi è neppure la consapevolezza di aver fatto qualcosa di contrario: se volessimo ottenere qualcosa dallo zazen questo sarebbe una considerazione solita della mente umana. L'essere in zazen è l'unione con ogni modo di essere, l'unione con tutto il tempo; al proprio zazen è unita l'eternità detta passato presente e futuro. Di conseguenza, il momento presente e l'eternità, l'essere che sono e tutto il resto, non si distinguono, all'interno di questo zazen compaiono esistendo insieme .

 

 

ESECUZIONE ZAZEN

Come abbiamo già ripetuto lo zazen non è solo o un stare seduti in una qualsiasi posizione, ma rappresenta innanzitutto un’attitudine mentale. Il luogo deve essere silenzioso e tranquillo; una musica dolce e rilassante può essere d’aiuto, ma è anche ottimale stare in una zona in contatto con la natura, sotto l’ombra di un grande albero. Il luogo deve essere aerato, ma non devono esserci forti correnti d’aria, né troppo sole. Ma bisogna sempre ricordarsi che non è il luogo che ci porta ad entrare nello zazen, in quanto dovremmo divenire in grado di potere entrare nello stato dello zazen anche passeggiando tra la gente. Comunque, inizialmente cerchiamoci un posto tranquillo che sia sempre il nostro, che anche idealmente rappresenti per noi un’oasi di pace e di tranquillità.

Dobbiamo imparare a rispettare questo luogo, in quanto è in questo luogo che espleteremo una delle funzioni dell’uomo: meditare. Il nostro abito deve essere comodo, non necessariamente largo, né tipicamente orientale, in quanto non è il nostro abito che ci fa entrare nello zazen. Descriviamo, ora, la posizione detta ren ge za (a fiore di loto), dove le gambe sono incrociate, con il piede destro posto sulla coscia sinistra ed il piede sinistro posto sul piede destro. Il nostro baricentro deve tendere in avanti leggermente, e, per fare questo si pone sotto i glutei un cuscino, zafu, tondo alto e rigido, e sotto di esso una coperta. Ci si siede sul bordo del cuscino tondo.

Noi usiamo un piccolo sgabello inclinato in avanti, alto quel tanto per cui è possibile per noi porsi seduti sopra le gambe: questo è da noi usato per due motivi e non contraddicono la realtà dello zazen. Da una parte vi è un’abitudine di porsi non in posizione ren ge za, ma in posizione seiza, tipica delle Arti Marziali: dall’altra non si porta il peso sui polpacci e non si frena la circolazione sanguigna. Altre posizioni che possono essere usate sono: han ren ge za (posizione detta "mezzo fiore di loto"), dove solo il piede sinistro è posto sulla gamba destra, mentre il piede destro è posto vicino al piede sinistro; ko za (posizione "arrotondata") dove i piedi si toccano e le ginocchia tendono all’infuori; semplicemente stando seduti su di una sedia.

In qualsiasi posizione che si assume le mani devono porsi nella posizione della tranquillità: la mano destra è posta a livello tanden, mentre la mano sinistra è posata nel palmo della mano destra, ed i pollici si toccano per la punta. Il corpo deve rimanere con la schiena ben dritta e deve essere leggermente reclinato in avanti per portare la posizione sul tanden; gli occhi sono chiusi, socchiusi i aperti, ma con la messa a fuoco all’infinito. Ora respirare lentamente nella respirazione dell’armonia, nella quale si inspira e si espira con il naso, ma la espirazione è doppia rispetto all’inspirazione.

Per quanto riguarda la posizione ricordiamoci che lo zen è per l’uomo e non l’uomo per lo zen. Questo significa che non si deve adottare una posizione che non sia consona con il nostro fisico, altrimenti la nostra attenzione sarà portata al dolore e non alla meditazione. Solo una posizione rilassata porterà la nostra mente a concentrarsi sulla respirazione arrivando a calmare gli impulsi che arrivano al cervello permettendo di entrare nello stato del samadhi.

Se nello zazen sorge un pensiero e si perde tempo a seguire il pensiero, allora quello che si sta facendo è pensare in posizione zazen, ma non è fare zazen, né tantomeno shinkantaza. Che differenza vi è tra il pensare in zazen e praticare zazen? In effetti anche chi effettua zazen pensa, in quanto che pratica zazen è un essere umano e l’uomo è per natura un essere pensante. Tuttavia, nello zazen il pensiero non rincorre il pensiero, non prende forma, non gli si concede la vita. Un pensiero che sorge rimane allo stato di un pensiero appena nato, ma non diviene mai una successione di pensieri logici, per cui non arriva a perturbare la nostra coscienza dello zazen. Se penetrasse nella mia coscienza il pensiero di una azione che dovrei compiere, questo significa che tale azione è per me importante, ma che io, nella velocità della vita odierna non sono riuscito a stargli dietro; appena mi pongo in zazen allora il pensiero esce fuori, ma se io non proseguo nell’azione del pensiero il pensiero non riesc ad infastidirmi.

Lo zazen diviene una alternanza di pensieri che disturbano alternati a momenti in cui si corre il rischio di addormentarsi. Questi pensieri non hanno necessariamente una valenza negativa, in quanto possono rappresentare dei pensieri che io avevo nascosto nella mia psiche, ma che non avevo mai effettivamente rimosso,e che ora escono fuori.

In realtà non si deve praticare zazen, ma entrare nello zazen. Chi tende alla pratica dello zazen aspira, in realtà, ad uno zazen come un qualcosa da raggiungere, come ad un fine, quando, al contrario, è solo un mezzo per arrivare al satori.

Lo zazen non deve essere praticato solamente per allontanarsi dalle passioni, in quanto la vita sarebbe come un mare estremamente piatto, e la nostra vita scorerebbe come quella delle piante, senza sussulto da parte nostra. Inoltre, il desiderio di allontanarsi dalle passioni non è esso stesso una passione?  In realtà bisogna che i nostri pensieri non scompaiono del tutto, ma che non dobbiamo seguire. E’ come ascoltare la gente che parla. E’ come ascoltare della gente che parla: noi possiamo anche ascoltare ciò che dicono, ma non dobbiamo necessariamente seguire ciò che hanno detto. Con lo zazen è possibile ridestarsi alla vita proprio perché si ci accorge che ciò che viene detto è solo un parlare e non ha alcun valore per noi, finalmente iniziamo a vivere la vita e non semplicemente a vivere nella vita.

Quando si parla di satori non si deve intendere come un qualcosa di separato dall’illusione,come se satori sia il contrario di ignoranza. Si deve abbandonare una mentalità discriminatrice in cui si separa una cosa dall’altra. Il satori non è solo un qualcosa che è mio, che è insito in me: sarebbe così solo se io acquisissi il mio satori; in realtà il satori mi deve riportare in una realtà della vita in cui non vi era discriminazione tra me e l’altro. Il satori non è una qualche condizione che si deve raggiungere, magari con la forza e perseveranza pensando di lottare contro il mio nemico, che sarei io stesso. Il satori è un semplice risvegliarsi alla realtà; solo entrando nella realtà si penetra nella realtà, e non costruendola a nostra immagine. A secondo delle mie idee e dei miei pensieri il mondo che appare si mostra in maniera completamente diversa. Però i pensieri e le idee sono, in definitiva, lo stato d’animo e lo stato d’animo è anche contemporaneamente lo stato fisiologico; quindi, quando c’è qualcosa che non và nel fisico la mente non è serena e quando la mente non è serena l’occhio con cui si vede la vita, il mondo si offusca: a quel punto è la vita stessa ad avere una fosca apparenza. All’opposto quando si è in forma la mente è radiosa, ed allora la vita ed il mondo appaiono luminosi. Inoltre le condizioni fisiologiche sono enormemente influenzate dalle circostanze della vita e dall’ambiente in cui si vive.

Lo zazen è visto anche come il sé che realizza se stesso in se stesso; questo non ha il significato di rinchiudersi in se stesso, in un isolarsi dal mondo, in una fuga dalla realtà. L’ "io" può essere visto in senso sociale ed indica la persona che insieme ad altri "io" formano una comunità di persone. In senso egoistico l’ "io" diviene ciò che non è fuori di me, in contrapposizione ad "io". In definitiva, ciò che conta non è tanto l’ "io", ma come l’ "io" è visto; può essere visto come un ente che si differenzia dall’altro, o come un ente che è simile, ma non uguale ad un altro. L’altro non è visto in contrapposizione con me, ma in comunione con me; l’altro ha per me la stessa dignità che ho io per me. Spesso nello zazen si attua la respirazione detta dell’altruismo, detta così perché rilassa talmente la mente e lo spirito che spariscono in noi ogni pensiero di vincita, di contrapposizione con l’altro, si comprende come la pace la dobbiamo trovare in noi, e non nella lotta con l’altro, per cui si diviene "altruisti". In realtà se lo zazen è il se stesso in se stesso realizza la realtà dell’uomo; in questo modo comprende l’intima realtà dell’uomo, che non è data dalla mia realtà, ma dalla realtà umana, per cui ogni uomo è simile all’altro per dignità.

Il fare zazen deve divenire semplicemente la vita che vive davvero la vita. Una person di zazen, oltre a afre zazen, deve contemporaneamente definire compiutamente in virtù dello zazen il proprio atteggiamento nei confronti della propria esistenza nella sua globalità e qyuindi deve impegnarsi nelle attività concrete della vita di ogni giornata. Divenire, nello zazen, il sé che è solo il sé non implica cancellare gli altri dinanzi a me. L’uomo, di solito, pensa di vivere insieme in un unico mondo comune, e incontrare le altre persone all’interno di questo mondo comune. Ma se pensiamo a partire dall’esperienza dello zazen, le cose non stanno così: vedere una stessa scena, osservata da più persone, nello stesso momento, nella stessa circostanza, non significa che tutti vedono la cosa allo stesso modo, ognuno ha la sua visuale . Ad esempio dire che si conosce bene una persona non significa che si conosce realmente quella persona per quello che è, ma per quello che io vedo di lei: il tu è il tu contenuto nel mio sé. La realtà della vita che lo zazen ridesta in noi è l’atteggiamento vitale del sé che è soltanto se stesso, dell’ora che è solo ora; in qualunque circostanza, dovunque io vada a cadere quello che incontro è la mia vita. Però, se noi stiamo sempre a pensare ad aggiustarci le cose, a vedere, a considerare che può esserci un qualcosa meglio per noi, allora non possiamo vivere la vera realtà dello zazen. Finchè pensiamo che possa esserci qualcosa di meglio per noi, dobbiamo considerare che potrebbe esserci qualcosa di peggio; dobbiamo considerare che qualsiasi cosa che ci accada è ciò che è per noi buono in quell’istante. Per questo motivo lo Zen non ha scopo, perché si finirebbe per avere uno scopo migliore (più grande); si arriva a pensare: quante volte ho avuto il satori? Posso entrarvi più spesso? Posso averlo in maniera più forte?. Ma così facendo si corre il rischio di non godere quella grande gioia che è in noi, l’esperienza del satori. Se nella pratica Zen io desidero uno scopo io banalizzo lo Zen: certamente, si può, però, parlare di risultato (anche se ciò è sconveniente nello Zen parlare di risultato), ed un risultato è il satori, cioè la visione diretta di ciò che è la realtà.

Spesso può accadere che durante lo zazen si manifestino sensazioni, pensieri, fantasie: questo non succede in quantità maggiore perché si sta facendo zazen, ma ci si accorge maggiormente di queste fantasie quando si effettua zazen. Nello zazen si diviene calmi per cui ogni nostra variazione della condizione diviene visibile, mentre quando si è affacendati nella realtà quotidiana non ci rendiamo conto di questo.

Quando si effettua zazen non è necessario porre la nostra mente alla ricerca delle grandi verità della vita, ai grandi ideali non perché questi siano negativi per il raggiungimento del nostro ideale dello zazen, ma perché spesso i nostri pensieri non sono "puri". Ciò che noi pensiamo è ciò che noi pensiamo e non sempre è ciò che è giusto pensare; per questo motivo, abbandoniamoci al non-pensiero e cerchiamo di vedere dentro di noi; solo allora, quando abbiamo ripulito la nostra mente possiamo pensare alle grandi verità.

La forma concreta di questo modo di vivere è zazen.