Un monaco citò a Hui Neng, il Sesto Patriarca, una poesia
del maestro Wo Lun:
Wo Lun è abile, può eliminare centinaia di pensieri.
Quando si trova di fronte alle condizioni esterne, la sua mente non viene mossa.
La Bodhi nella sua mente cresce giorno dopo giorno.
Hui Neng, sentendo questi versi, disse
che una pratica di questo tipo porta a creare attaccamenti. E, come risposta,
recitò questi versi:
Hui Neng non ha abilità, non elimina centinaia di
pensieri.
Quando si trova di fronte alle condizioni esterne, la sua mente si muove spesso.
La Bodhi è proprio questo.
Dunque: l'idea stessa di 'pratica' è causa di malintesi, a
volte del tutto catastrofici. Uno dice: mi do alla pratica, e allora si impegna,
ci lavora sopra, cambia, aggiusta, trasforma, acquisisce qualcosa, elimina
qualcos'altro e via di questo passo. Poveretto! La sua pratica lo conduce fuori
dalla naturalezza del suo essere, lo porta a tutta una serie di atteggiamenti e
di situazioni che sono diametralmente opposti all'abbandono, al lasciare essere
ciò che è. Confonde naturalezza con libertinaggio e considera il non
abbandonarsi a ciò che è l'unico modo per raddrizzare ciò che vede storto.
E allora si controlla, naviga contro la corrente. Si pone in un atteggiamento
dualistico rispetto ai suoi pensieri, ritenendoli deturpanti, inquinanti. Ma il
pensiero in quanto tale non è mai negativo: è così naturale! Perché dovrebbe
esserlo? È l'oblio in essi che è fonte di sofferenza; è la volontà di
bloccarli che contrae e snatura, invece che acquietare. Questo crea dualismo
anche tra lui e la realtà esterna: essa viene vista come fonte di distrazione
dai suoi impegni di praticante, viene interpretata come qualcosa di negativo
rispetto ai nobili e spirituali propositi che cova al suo interno. La realtà è
male e allora me ne devo rimanere puro, intoccato. A questo atteggiamento si
riferisce il secondo verso della poesia di Wo Lun: "Quando si trova di fronte
alle condizioni esterne, la sua mente non viene mossa". E invece una mente
libera, risponde limpidamente e istantaneamente alle condizioni esterne;
giustamente infatti Hui Neng risponde: "Quando si trova di fronte alle
condizioni esterne, la sua mente si muove spesso".
Hui Neng non ha bisogno di costruire la sua bodhi. Che idea balzana quella di
costruire il proprio risveglio! Aggiungere mattone su mattone alla propria
illuminazione! Il risveglio è risveglio, non è un lavoro: cioè tu ti risvegli e
dici: toh, ecco qua! C'era anche prima, c'era anche senza di te e continua ad
esserci ora. Nulla è cambiato, nulla è stato raggiunto o abbandonato. Cambia
solo che te ne sei accorto. "La Bodhi è proprio questo": questo e niente più,
qui e ora, non chissà quando, è nel samsara, nei pensieri che pensi ora, nelle
condizioni esterne così come esse sono, nell'azione che esse hanno sulla mente.
Non ora ci lavoro e poi la raggiungo.
Avere un atteggiamento dualistico che distingue tra la tua mente ordinaria e ciò
che essa dovrebbe auspicabilmente essere e tra il tuo interno e l'esterno,
conduce inevitabilmente a una visione 'costruttivista' della bodhi: l'idea cioè
che ci sia qualcosa da cambiare, da migliorare, un atteggiamento nuovo da
acquisire. Se abbandoni questo atteggiamento, che è un ulteriore peso gravoso,
fluisci liberamente nell'essere. Non c'è più mente imperfetta o mente perfetta,
dentro o fuori, ciò che sei e ciò che devi essere. Tutto è uno e nulla insieme,
tutto è ciò che è e nient'altro: in esso è la tua pace e il tuo volto
originario.