"Due modi di capire un'esperienza" (Alan W. Watts)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

tantra

gli esercizi

testi

poesie

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 


 

"Due modi di capire un'esperienza" (Alan W. Watts)


Abbiamo continuato a leggere di Alan W. Watts tratto dal suo La saggezza del dubbio:

"Nei momenti di grande gioia di regola non ci fermiamo a pensare: «Sono felice», oppure: «Questa è gioia». [...] In quei momenti siamo talmente consapevoli dell'istante da non fare alcun tentativo di confrontare l'esperienza di esso con altre esperienze. Perciò non gli diamo alcun nome, perché i nomi [...] si basano su paragoni. [...]
Vi sono allora due modi di capire un'esperienza. Il primo è confrontarla con i ricordi di altre esperienze, e così darle un nome e definirla. Ciò significa interpretarla in conformità a ciò che è morto e al passato. Il secondo è prenderne coscienza così com'è, come quando nell'intensità della gioia, dimentichiamo il passato e il futuro, e lasciamo che il presente sia tutto, e così non ci fermiamo neppure a pensare: «Sono felice». [...]
La persona spaventata o che si sente sola comincia subito a pensare: «Sono spaventato», oppure: «Mi sento tanto solo».
Naturalmente questo è un tentativo di evitare l'esperienza. Non vogliamo prendere coscienza di questo presente. [...]
È chiaro che cerchiamo di conoscere, denominare e definire la paura al fine di renderla 'oggettiva', ossia separata dall' 'Io'. Ma perché cerchiamo di separarci dalla paura? Perché abbiamo paura. [...]
Se invece prendiamo coscienza della paura, ci rendiamo conto che, siccome questo sentimento siamo noi stessi, non c'è via di scampo. [...] A questo punto riceviamo l'esperienza senza resistervi o denominarla, e scompare interamente il senso del conflitto fra l' 'Io' e la realtà presente. [...]
Non richiede sforzo; la psiche lo fa da sé. Vedendo che non può sfuggire al dolore, la psiche cede a esso, lo assorbe e diviene cosciente del dolore puro e semplice, senza un 'Io' che lo senta o vi resista. Sperimenta il dolore nello stesso modo completo, senza autocoscienza, con cui sperimenta il piacere. Il dolore è la natura di questo momento presente e solo in questo momento io posso vivere. [...]
La mancanza di una qualsiasi resistenza porta a un modo di avvertire il dolore così inconsueto da essere difficilmente descrivibile. Il dolore cessa d'essere problematico. [...] Voler sfuggire al dolore è il dolore; non è la reazione di un 'Io' distinto dal dolore. Quando si scopre questo, il desiderio di sottrarvisi si 'fonde' col dolore stesso e svanisce. [...]
Questo però non è un esperimento da tenere in riserva, come uno stratagemma, per i momenti di crisi. È un modo di vivere. [...]
Qui si tratta di capire qualcosa che è - il momento presente. Questa non è una disciplina psicologica o spirituale per il miglioramento di sé. È semplicemente il prendere coscienza dell'esperienza presente, il rendersi conto che non si possiamo né definirla né separarcene. Non c'è altra regola che il 'Guarda!'. [...]
Qui la vita è attiva, vibrante, vivida e presente, con profondità [...]. Ma per vedere e capire appieno questo la mente non dev'essere divisa in 'Io' e 'questa esperienza'. L'istante dev'essere ciò che è sempre: tutto ciò che sei e che sai. In questa casa non c'è posto per te e me!" (pp. 53-60).