Una parte dallo Zazen Wasan (Il canto dello Zazen) di
Hakuin, importante maestro giapponese zen del XVIII secolo.
Tutti gli esseri sono originariamente dei Buddha.
Come nel caso dell'acqua e del ghiaccio,
dove non c'è ghiaccio senza acqua,
così non ci sono Buddha senza esseri viventi.
Ignorando quanto siano vicini alla verità,
gli esseri la cercano lontano... che peccato!
Sono come coloro che, immersi nell'acqua,
avendo sete, implorano da bere.
Sono come quel figlio di un ricco
che si è perso tra i poveri.
La ragione per cui gli esseri trasmigrano attraverso i sei mondi
è che essi si sono persi nelle tenebre dell'ignoranza.
Vagando di tenebra in tenebra,
come possono liberarsi dalle nascite e dalle morti?
Quanto allo zazen insegnato nel Mahayana,
non ci sono lodi che possano dirne i meriti.
Le sei paramita, come la carità,
l'osservanza dei precetti e le altre azioni meritorie, variamente enumerate,
come il nembutsu, la penitenza e così via...
sono tutte riconducibili allo zazen.
Possiamo fermarci qui. Bene, mettiamo in evidenza alcuni elementi tipici dello
zen e che incontriamo in questo componimento.
Primo: lo stato di perfezione, di liberazione è già presente in noi. Non è
qualcosa da costruire, ma da scoprire, da 'ricordare', di cui essere
consapevoli: 'Tutti gli esseri sono originariamente dei Buddha'.
Secondo: il non avere realizzato pienamente questa verità conduce ad uno stato
di ignoranza, che a sua volta è la causa delle nostre afflizioni interiori.
Terzo: questa ignoranza ci porta a cercare la verità qua e là, ad uno stato di
dipendenza dualistico, che ci fa uscire da noi stessi e ci fa entrare nel
circolo vizioso della 'ricerca della verità'.
Quarto: le varie virtù, morali e non, non sono il risultato di un servile
sottostare a qualche codice etico, ma 'tutte riconducibili allo zazen': cioè la
naturale conseguenza di uno stato interiore. Come è naturale che l'albero
illuminato spanda la sua ombra a terra, così il buon praticante illumina la sua
vita attraverso la sua interiorità.