Meditazione e vita retta (Jiddu Krishnamurti)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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Meditazione e vita retta (Jiddu Krishnamurti)


Il giovedì di questa settimana abbiamo iniziato a leggere qualcosa di Jiddu Krishnamurti:

"La meditazione è dura. Esige la più alta forma di disciplina - non conformismo, non imitazione, non obbedienza, ma una disciplina che passa attraverso la costante consapevolezza delle cose fuori di te e delle cose dentro di te. [...] Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l'obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall'invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere - che generano l'inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso l'attività della volontà, ma attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l'autoconoscenza" (da La sola rivoluzione, p. 37).

Una morale quindi che non è un moralismo del devi e non devi, della costrizione, dell'obbligo e dei divieti. Bensì una vita retta che fiorisce e si stabilisce naturalmente dall'indagine sulla mente: che si realizza dal riconoscimento intimo della dannosità di certi inquinanti che ostruiscono la mente, che la rendono estranea a se stessa, la cui nocività produce un'uscita dalla sua originaria, quieta, vasta, limpida, rasserenante e riflettente natura. Una vita retta che è "libertà da questi mali" e non sforzo personale.

Abbiamo iniziato con la consapevolezza del respiro.
Poi la camminata.
L'esercizio della consapevolezza a trecentosessanta gradi.
In ultimo la consapevolezza centrata su di sé.

A conclusione della lezione del lunedì abbiamo letto e commentato un altro brano tratto dal Denkoroku (clicca qui).