la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

tantra

gli esercizi

testi

poesie

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 

"Non c'è nulla di spirituale nel fare esperienze" (Vimala Thakar)

 


"Non c'è nulla di spirituale nel fare esperienze" (Vimala Thakar)


Continuiamo a leggere alcuni brani tratti da Il mistero del silenzio di Vimala Thakar:

"Sono uno strumento nelle mani del passato? Costretto a comportarmi in un certo modo? O c'è la possibilità di liberarmi completamente dalle pastoie del passato? [...] Fino a quando il movimento sul piano mentale viene vissuto come una sorta di avventura romantica, si vuole sperimentare, si può indulgere all'attività di sperimentare; ma lasciate che vi dica, in tutta umiltà, che sperimentare richiede uno sperimentatore, cioè un centro, un passato a cui fare riferimento e con l'aiuto del quale si riconosce e si identifica. Perciò, non c'è nulla di religioso nell'attività di sperimentare. Nulla di spirituale nell'acquisire esperienze, siano esse sul piano sensoriale o sul piano astrale, occulto, o trascendente. Ogni esperienza rafforza il centro e la aiuta a radicarsi sempre di più. Vi tiene nel triangolo formato dall'io, l'attività di sperimentare e lo scopo a cui si arriva con l'esperienza; scopo precalcolato, prefabbricato dalla mente umana, dall'uomo. Perciò non c'è nulla di spirituale nel fare esperienze [...].
Siamo così affascinati dal movimento mentale e dalla capacità della mente di sperimentare, [...] che siamo veramente assai riluttanti ad allontanarci dalla dimensione dell'esperienza. [...] L'io-coscienza, il sé, il me, l'ego, si sente molto sicuro nell'attività di sperimentare. Ma è un piacere materiale; è un piacere sensoriale, che deriva da un pensiero nuovo, da una nuova ideologia, da un nuovo comportamento psicofisico. È un piacere sensoriale e materiale, e l'uomo ama quel piacere.
[...] Accettiamo l'autorità del passato, accettiamo l'autorità della mente, dell'io-coscienza, e continuiamo a muoverci orizzontalmente da un campo di esperienza a un altro.
C'è un modo di uscirne? E se c'è, come ci si pone? Prima di tutto, ne sento il bisogno? Ho visto la natura ripetitiva dei piaceri intellettuali ed emotivi? Ho visto i limiti intrinseci, i limiti costitutivi della struttura del cervello? Vedo tutto questo? Vedo che ogni esperienza lascia un segno, una tensione, che si aggiunge al fardello della memoria? Ne sento il bisogno? [...]
Se i miei nervi sono deboli, se la più piccola esperienza della vita mi sconvolge - qualcuno dice qualcosa che non mi piace e mi sconvolgo tanto che tutta la giornata è rovinata, non riesco a mangiare, non riesco a dormire, basta una parola, un gesto, un'occhiata, e la mia mente è così animica, così fragile, che di una parola o di un evento si fa un cruccio e se lo porta appresso per un giorno intero, per una settimana e questo condiziona tutto, il mio appetito, il mio sonno, la mia gioia di vivere; rovina tutto. Se la mente è così fragile, se i nervi sono così fragili che l'ego viene ferito da una certa provocazione, in un certo rapporto e io mi sento male; se il più piccolo evento, occasione, sfida, scuote i miei nervi, scuote la mia mente, la mia pace e la mia serenità, allora ovviamente non sono preparata, non mi sono educata al confronto con una nuova dimensione di vita, una nuova dimensione di coscienza.
Sono abituata a vivere nel recinto chiuso della psiche, dove tutto è già programmato, pianificato, predisposto. I meccanismi di difesa sono già predisposti. So come barcamenarmi in ogni situazione [...]. Perciò, sono abituata a vivere qui dentro; e la trascendenza non implica forse un allontanarsi dall'area difesa, protetta, sicura?" (pp. 58-61).

Clicca qui per leggere il brano zen di questa settimana.