"Si riconosce che non c'è nulla da riconoscere" (Tulku Urgyen
Rinpoche)
Giovedì abbiamo continuato a leggere qualcosa da Dipinti di arcobaleno di
Tulku Urgyen Rinpoche:
"Poiché [...] siamo stati distolti dallo stato della
presenza, lo perderemo di nuovo a causa della forza dell'abitudine. Quando
questo accade dovete notarlo: «Sono distratto». [...] Chi [...] si accorge
quando l'attenzione comincia a venir meno [...] può anche osservare: «Chi
si è distratto?». Ciò provoca immediatamente l'incontro con la natura di buddha:
in quel momento, la si lasci com'è.
Quando la pratica progredisce siamo in grado di abbandonare i pensieri quali:
«Non devo distrarmi», oppure «Devo ricordare», oppure «Ora ricordo. Adesso ho
dimenticato». Quando la stabilità della presenza senza sforzo aumenta, queste
idee lentamente svaniscono.
[...] Si dice al praticante: «Osserva la mente». La grande questione a questo
punto è: «Che cosa è la mente?». Il maestro dirà: «Qualche volta ti senti felice
oppure triste? Vuoi certe cose? Ti piacciono oppure non ti piacciono certe cose?
Bene, osserva chi o che cosa prova queste emozioni». Dopo averlo fatto il
praticante riferisce: «Chi pensa o prova le emozioni non sembra essere concreto,
ma, allo stesso tempo, i pensieri e le emozioni ci sono». Il maestro dirà:
«Bene, osserva da vicino il soggetto che pensa». Dopo un po' il discepolo
tornerà e dirà al maestro: «Ho osservato chi pensa, talvolta genera molti
pensieri diversi, talvolta rimane senza pensare».
[...] Comincia a essere chiaro che la mente che pensa non è qualcosa di reale.
Anche se questo è vero, essa è pur sempre impegnata a pensare, mentre talvolta
rimane senza pensare.
[...]
Il modo corretto di praticare non consiste nello sforzo di riconoscere talvolta
l'essenza della mente e poi lasciar perdere, ma nell'essere profondamente
rilassati interiormente e rimanere in una spontanea condizione naturale. Bisogna
abituarsi a questo stato, ripetendo molte volte il breve momento del
riconoscimento. [...]
Da una parte c'è la spossatezza provocata dalla 'nera dispersione' della mente,
dall'abituale attività del pensiero, dall'altra c'è la positiva abitudine di
cercare di riconoscere il rigpa [la consapevolezza] in ogni istante e di
non distrarsi. Lo sforzo di riconoscere può stancare: «Ora riconosco! Adesso ho
dimenticato! Mi sono distratto ed è scivolato via!». Questa vigilanza può essere
troppo energica e deliberata, può stancare, mentre riconoscere e rimanere in una
condizione di naturalezza spontanea non può assolutamente stancare.
L'antidoto alla spossatezza è, fin dall'inizio, rilassarsi profondamente,
lasciare che tutto proceda spontaneamente. Allenarsi allo stato risvegliato
della mente non significa comportarsi in un modo deliberato: riconoscere la
naturalezza spontanea è assolutamente senza sforzo. Il miglior rilassamento
porta alla migliore meditazione. [...]
Ciò che provoca stanchezza è l'ordinaria e ininterrotta condizione illusoria, la
mente che pensa a questo e a quello, il moto continuo della tremenda ruota
dell'ira, del desiderio e dell'ottusità. Questa inutile attività ci impegna
giorno e notte. [...]
Finché esistono un soggetto e un oggetto del riconoscimento, si tratta sempre
della mente dualistica.
Machig Labdrön ha dato questo consiglio: «Stringi con forza e allenta del tutto:
così troverai il punto di vista essenziale». 'Stringi con forza' significa
semplicemente osservare l'essenza della mente: senza osservare non c'è
riconoscimento. 'Allenta del tutto' significa rinunciare o abbandonare l'idea di
riconoscere: si riconosce che non c'è nulla da riconoscere. Lo stato risvegliato
non è qualcosa che si possa identificare o individuare: questo è essenziale. Se
non si riconosce che non c'è nulla da riconoscere, si sarà sempre condizionati
dall'idea del riconoscimento: riconoscimento e soggetto del riconoscimento sono
sempre concetti [...]. Così, prima osservate e poi allentate; allora è come lo
spazio, totalmente risvegliato. Questo è il samadhi della condizione
autentica così com'è, reale e naturalmente stabile. Ciò che si percepisce è
privo di sostanza, non è una 'cosa'. [...]
Aggrapparsi a un soggetto e a un oggetto del riconoscimento non è altro che un
atteggiamento mentale dualistico. Riconoscete che non c'è nulla da riconoscere e
poi lasciate andare del tutto. Rimanete senza 'osservatore' e 'osservato'" (dai
capp. 10-11).
Abbiamo iniziato con la consapevolezza del respiro.
Successivamente la camminata.
Poi l'esercizio della consapevolezza dei suoni.
Dopodiché l'esercizio, sempre da seduti, della distinzione tra i momenti di
pensiero (movimento) e quelli di silenzio del pensiero (stabilità).
In conclusione: zazen.
Lunedì non c'è stata lezione, ma l'abbiamo recuperata
mercoledì della settimana successiva, nella quale abbiamo cominciato a leggere
brani tratti dal classico zen Lin-chi lu (clicca
qui).