La ricerca del toro - 9
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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La ricerca del toro - 9


 

        Tornare alla fonte

Sono tornato alle radici e la fatica è finita.
Fin dall’inizio non c’è stato nessuno a vedere o udire qualcosa.
Non esiste niente fuori dalla mia vera casa.
I fiumi scorrono quietamente e i fiori rossi sbocciano.

Commento: 

Dall’inizio egli è stato puro e immacolato. Egli è testimone di ciò che è stato creato e distrutto, da un luogo di immobile serenità. Non si identifica con l’illusione della separazione. Le acque sono azzurre e le montagne verdi; egli osserva tranquillamente le cose cambiare.

 

 


 

Ora: il nulla di nulla non è ancora abbastanza. O meglio, si potrebbe dire: è ancora troppo! A volte si pensa che il vuoto sia l’apice dell’esperienza zen. E questo è vero, ma è anche falso. La verità dello specchio non è quella di essere privo di contenuti, bensì di riflettere ciò che nel qui e ora è ad esso davanti. Però, certo: per rifletterlo deve essere pulito dal resto, sgombro, appunto vuoto. Così allora si torna alla fonte. Tornare alla fonte è un non tornare: è un riconoscere. Se riconosci, c’è semplicemente la situazione di cui si ha da prendere atto: non ci sei più tu o altro. In realtà c’è la situazione, per quella che è, e null’altro: “Fin dall’inizio non c’è stato nessuno ...”. È essere immersi nell’esperire: il dualismo tra colui che esperisce e l’esperienza stessa cade. Se nella settima icona c’era il mandriano fuori di casa, a contemplare il paesaggio, qui c’è il riconoscimento che nulla è ‘fuori’. Non c’è più il mandriano, ma non nel senso nichilistico, deriva nella quale si può cadere facilmente fissandosi nell’ottava icona: non c’è il mandriano, invece, nel senso che è la Realtà che torna a presentificarsi. Il cerchio vuoto viene riempito della realtà autentica: eccola, nel suo essere, nella sua verità. C’è sempre stata: ora, nello spazio vuoto, trova la sua possibilità di manifestare il suo gioco.
Per questo “i fiumi scorrono quietamente e i fiori rossi sbocciano”. La realtà è quella che è: lasciare la presa è lasciare che la realtà sia quella che è. Non quella di ieri, di domani, quella del desiderio: quella che è presentemente. C’è un allineamento con le cose e con il loro scorrere, e non più il gusto sentimentalistico e consolatorio del mandriano che mira il paesaggio fuori della sua casa. La realtà ha la meglio, anzi: solo la realtà ha il diritto di essere. E infatti nell’icona il mandriano non compare.
Il mandriano non c’è, per significare lo squadernamento totale della realtà, ma anche per rappresentare l’originaria purezza della mente: fin dall’inizio il suo stato era “puro e immacolato”, uno stato di semplice testimone. Gli eventi si sono succeduti e si succedono sul suo schermo, essa li osserva ora nella loro mutevolezza, nel loro essere contingenti, naviganti nel nulla. ‘Tornare alla fonte’ è guardare alla dinamicità degli enti, della natura; un guardare che non ha un soggetto. Non è “Io guardo”, nel senso separativo tra un ipotetico io e una natura esposta davanti come una sorta di quadro. Non c’è nessun soggetto permanente di fronte alla continua mutevolezza delle cose. Non c’è mai stato e non c’è nessun io in questo senso. C’è solo l’azzurro delle acque, il verde delle montagne e il guardare del non-mandriano.