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La ricerca del toro - 4


 

 

1.  Catturare il toro


Combatto coraggiosamente per catturare il toro,

lottando contro la sua volontà feroce

e la sua forza inesauribile,

mentre carica sulle vette nebbiose dei monti

e nelle profondità inaccessibili delle forre.

 

Commento:

 

Il toro perso nella natura selvaggia viene infine ritrovato, ma è difficile da controllare. Desidera continuamente i campi profumati. La sua natura feroce è senza regole e non vuole essere domata. Se il mandriano desidera che il toro torni in totale armonia con lui, dovrà usare la frusta.

 

 

 

 

 

 

La mente è inquieta e va domata: ecco lo spauracchio del mandriano giunto a questo punto. La pratica diventa una lotta, una battaglia, in cui si mettono sul tappeto virtù, capacità, coraggio, destrezza, abilità, resistenza, ecc. Il toro è visto come qualcosa di separato, così come il sé è considerato separato rispetto al resto della realtà: dunque è un ostacolo da superare. Vediamo qui chiaramente che – paradosso dei paradossi – il pensiero dualistico conduce all’altrettanto dualistico desiderio di superarlo. Ironia massima!

A questo tipo di atteggiamento arrivano tutti i praticanti: chi prima, chi dopo. Soprattutto all’inizio. Ci si sente degli eroi che attraverso un lavoro estenuante si costruiscono la proprio liberazione. Il toro è visto, come dice Kakuan, con la sua forza enorme, esso fugge senza tregua, è incontrollabile, sregolato e non domo. Allora il mandriano “dovrà usare la frusta”: la pratica diventa una frusta per mettere a tacere la propria mente.

Ciò che ne risulta è un enorme “fare” da parte del mandriano, uno sforzo indicibile nel riuscire in qualcosa. Ma in realtà il suo vero sforzo è semplicemente quello di “non fare”. È come nella meditazione: non costruiamo niente, non aggiungiamo alcunché, essenzialmente non lavoriamo affatto, non forziamo la nostra natura. Che cosa inumana sarebbe! Forzare la propria natura è la stessa cosa di dire “snaturarsi”. Sarebbe questo lo scopo? Che follia! No, stai seduto e basta: solo qui sta lo “sforzo” senza sforzo. È un atto non violento, che incide sulla già troppo violenta meccanica della nostra mente. In altre parole: non è che c’è un pensiero malato e io mi sforzo di eliminarlo; è proprio il contrario: c’è un pensiero malato e mi libero del mio turbamento che mi indurrebbe ad eliminare il pensiero medesimo. E così facendo, guarda un po’, anche il pensiero malato è stato abbandonato.

Quando parliamo di “lasciare la presa” è molto importante capire che questo meccanismo è ovviamente l’opposto di “stringere la presa”: in questa strategia agisci, lavori, ti sforzi in qualcosa, vuoi mantenere un certo atteggiamento e ti concentri tenacemente per non lasciarlo andare neanche per un attimo. Invece nella strategia del “lasciare la presa” non fai proprio nulla, a dire il vero non è nemmeno una strategia: è il fallimento, la capitolazione di ogni tattica, di ogni progetto, lo sforzo è abbandonato, la concentrazione è sostituita dalla consapevolezza. Il “lasciare la presa” è un lasciare andare. Non c’è nulla da mettere, nulla da piegare, nulla da stringere a sé: solo aprire la mano e guardare.