La ricerca del toro - 1
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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La ricerca del toro - 1


 

1. In cerca del toro

Mi apro la via attraverso le foreste,
seguendo il corso di fiumi senza nome,
perso nei meandri dei sentieri di montagna.
Esausto e disperato,
non riesco a trovare altro che il fruscio delle foglie
e il canto delle cicale al calare della notte.

Commento:

Perché cercare un toro che non si è mai perso? Il toro appare smarrito soltanto perché il mandriano è smarrito nell’esperienza della separazione. La sua casa diventa sempre più distante. Attraversa mille incroci nella vita, ma non sa quale strada seguire. Desiderio e paura bruciano in lui come una fiamma, e i concetti di bene e male lo imprigionano.

 

 

Generalmente si intendono le dieci immagini della ricerca del toro come una metafora del percorso di liberazione. Questo naturalmente ha un suo preciso senso, ma dobbiamo intenderci bene a riguardo.
Più precisamente l’inizio della ricerca è causato – per quanto paradossale possa sembrare – da un errore di valutazione. L’inizio della ricerca, già per il suo stesso fatto di essere un inizio, fa cadere nell’illusione della ricerca stessa. Su questo non ci possono essere fraintendimenti: Kakuan lo dice nel suo commento ai versi che accompagnano la prima immagine, chiedendosi retoricamente perché si debba cercare un toro che non è mai stato perduto. Cerchi e allora vuol dire che credi di essere separato da qualcosa che vada raggiunto: per questo sei smarrito nell’incubo della separazione. Per questo cerchi la strada da seguire.
Ma cercare la strada da seguire significa percorrere gli incroci della vita con atteggiamento calcolatorio, utilitaristico, egotico, strumentale. E allora è altrettanto ovvio che, con questo atteggiamento mentale, si cada facilmente nello sconforto, nella sfiducia, nello scoraggiamento, nello smarrimento, nella preoccupazione, ecc. Desideri farcela, pretendi di indirizzarti sulla via giusta; temi l’errore, lo sbaglio, hai paura di non essere adeguato.
Soprattutto hai gli occhi che puntano da qualche parte, sei concentrato e contratto e interpreti il resto della realtà – quella che non coincide con i tuoi piani – come distraente, inadatto, comunque superfluo. Gli ultimi due versi dicono: “N
on riesco a trovare altro che il fruscio delle foglie / e il canto delle cicale al calare della notte”. Cioè: l’uomo che è caduto nel vizio della ricerca cerca la sua meta lontana, non accorgendosi che il fruscio delle foglie, il frinire delle cicale è il nirvana del qui e ora.