Dal "Canto di Mahamudra" di Tilopa
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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Dal "Canto di Mahamudra" di Tilopa

All'inizio della lezione abbiamo letto alcuni brani tratti dal "Canto di Mahamudra" di Tilopa. Il Mahamudra è
l'insegnamento spirituale e il percorso realizzativo della scuola buddhista-tibetana Kagyu, iniziata proprio da
Tilopa, nella quale rientrano il suo allievo Naropa, Marpa il Traduttore e il suo celeberrimo allievo Milarepa.

"Il Vuoto non ha bisogno di supporto;
[...]
Senza compiere alcuno sforzo,
restando sciolti e naturali,
è possibile spezzare il giogo,
e ottenere la Liberazione.
Se, guardando nello spazio, non si vede nulla,
e se, allora, con la mente si osserva la mente,
si distrugge ogni distinzione
e si raggiunge la Buddhità.
Le nubi che vagano per il cielo
non hanno radici, non hanno casa;
e così sono anche i pensieri discriminanti
che attraversano la mente.
Quando si è vista la mente universale,
ogni discriminazione cessa.
Nello spazio nascono forme e colori,
ma lo spazio non è macchiato né dal bianco né dal nero.
Dalla mente universale emerge ogni cosa,
ma essa non è macchiata né dai vizi né dalle virtù.
L'oscurità dei secoli
non può velare lo splendore del sole;
le lunghe ere del samsara [il ciclo delle nascite, morti e rinascite]
non possono nascondere la chiara luce della Mente.
Benché ci si serva di parole per spiegare il Vuoto
il Vuoto in quanto tale è inesprimibile.
Benché si dica che "la Mente è una luce brillante",
essa è al di là di ogni parola e simbolo.
Benché la sua essenza sia il Vuoto,
essa abbraccia e contiene ogni cosa.
Non fare nulla col corpo, rilassati;
chiudi stretta la bocca e resta in silenzio;
vuota la mente e non pensare a nulla,
Come un bambù cavo, lascia che il tuo corpo riposi a suo agio,
Senza dire né prendere, metti a riposo la mente,
Mahamudra è come una mente che non si attacca a nulla,
Praticando in questo modo, col tempo raggiungerai la Buddhità.
La pratica di mantra e paramita [le virtù buddhiste],
la conoscenza dei sutra e dei precetti,
gli insegnamenti delle scuole e delle scritture
non valgono a produrre la consapevolezza della verità innata;
perché la mente che, piena di desiderio,
insegue un fine
non fa che nascondere la luce.
[...]
Desisti da ogni attività, abbandona ogni desiderio;
lascia che i pensieri salgano e scendano
a loro piacimento, come onde dell'oceano.
Colui che non viene mai meno al non-dimorare,
ne al principio di non-distinzione,
adempie ai precetti tantrici.
Colui che abbandona il desiderio
e non si attacca a questo o a quello,
coglie il vero significato contenuto nelle scritture.
[...]
Trascendere la dualità è il punto di vista regale;
domare le distrazioni è la pratica regale;
[...]
Se, sciolto e senza sforzo,
ti mantieni nella naturalezza,
presto otterrai Mahamudra
e raggiungerai il non-raggiungimento.
Taglia la radice di un albero e le foglie appassiscono;
taglia la radice della mente e il samsara cade.
[...]
Chi si aggrappa alla mente
non vede la verità che sta oltre la mente.
Chi si sforza di praticare il Dharma [l'insegnamento]
non trova la verità che è al di là della pratica.
Per conoscere ciò che è al di là sia della mente che della pratica
bisogna tagliare di netto la radice della mente
e, nudi, guardare;
bisogna abbandonare ogni distinzione
e restare rilassati.
Non bisogna dare né prendere,
bensì restare naturali:
Mahamudra è al di là dell'accettazione e del rifiuto.
[...]
La comprensione suprema
trascende questo e quello.
L'azione suprema unisce
grande ingegnosità e assoluto distacco.
La realizzazione suprema consiste
nel comprendere l'immanenza senza speranza.
Dapprima la mente del praticante
precipita come una cascata;
a metà strada, come il Gange
fluisce lenta e placida;
alla fine è un vasto oceano,
in cui la luce del figlio e quella della madre si fondono".
Abbiamo poi iniziato la pratica con il solito esercizio dell'anapanasati. 
Poi camminata in meditazione, dividendola in cinque movimenti. 
Successivamente l'esercizio sulla consapevolezza della postura, stando fermi in piedi.
Tornando seduti, l'esercizio sulle parti che poggiano (a parte le mani): quindi solo sedere, 
mano destra e sinistra, ginocchio destro e sinistro, piede destro e sinistro.
In ultimo l'esercizio sul peso del corpo stando sdraiati.
In tutti questi esercizi cominciamo, come accennavamo la scorsa volta, a porre mente alle eventuali 
tensioni di cui si carica il nostro corpo. Quando le percepiamo, focalizziamo lì la nostra consapevolezza
e dolcemente le sciogliamo. Poi torniamo al nostro esercizio. È qualcosa di molto importante. La nostra 
mente e il nostro corpo sono abituati a lavorare in seguente modo: quando qualcosa risulta difficile, ci 
tendiamo. È oramai un'abitudine radicata nella nostra struttura psico-fisica. Riusciamo ad abbandonarla solo 
attraverso un minuzioso lavoro di "riprogrammazione": mi tendo, mi osservo, sciolgo. Più pratico in questo 
senso, più mi sarà assai agevole eliminare le tensioni accumulate durante l'esercizio, fino ad arrivare a un 
corpo completamente libero da reazioni impulsive di contrazione e quindi apertamente disponibile alla pratica: 
un corpo di benevolenza e di consapevolezza, di abbandono fiducioso e di lucidità.
Al termine della lezione abbiamo letto il koan della vera via di Joshu (clicca qui).