"Tutte le cose ritornano all'Uno, ma quest'Uno, dove ritorna?" (D. T. Suzuki)
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"Tutte le cose ritornano all'Uno, ma quest'Uno, dove ritorna?" (D. T. Suzuki)


Continuiamo a leggere qualche brano dai Saggi sul Buddhismo Zen di D.T. Suzuki:

"Kao-feng fu uno dei grandi maestri vissuti nell'ultimo periodo della dinastia Sung. Il suo maestro a tutta prima lo fece meditare sul «Wu di Chao-cheu» [Nota: Si tratta di uno dei koan più famosi [...]. Quando un monaco domandò a Chao-cheu dove si trova la natura di Buddha in un cane, il maestro rispose: «Wu!» (in giapponese: «Mu!»), che letteralmente significa «No!». [...] ] ed egli mise ogni sforzo per penetrarne il significato. Un giorno il maestro, che era Hsueh-yen, gli chiese improvvisamente: «Chi è che porta per voi questo corpo senza vita?». Il poveretto [...] non sapeva che rispondere [...]. Più tardi, di notte, nel mezzo del sonno gli venne di ricordarsi che una volta, quando studiava presso un altro maestro, gli era stato detto di scoprire il significato ultimo della frase: «Tutte le cose ritornano all'Uno» [Nota: Ecco un altro koan adottato per i principianti. Una volta un monaco chiese a Chao-cheu: «Tutte le cose ritornano all'Uno, ma l'Uno dove ritorna?» [...] ]. Ciò lo tenne sveglio per il resto della notte e, poi, per diverse giornate e notti successive. Mentre si trovava in questo stato di estrema tensione mentale, accadde che il suo sguardo si posò su dei versi scritti da Fa-ien sotto il proprio ritratto, ove fra l'altro era detto:

Cento anni - trentaseimila mattine,
E questo vecchio furfante continua sempre a girare!

Tali parole fecero sì che d'un tratto egli vedesse chiaro il senso del: «Chi è che porta per te questo corpo senza vita?». Ricevette l'ordinazione e divenne un essere completamente nuovo.
Nel suo Iü-lu («Detti annotati») Kao-feng ci dà la seguente descrizione di quei giorni di tensione mentale: «Al tempo in cui mi trovavo a Shuang-ching e prima che fosse passato un mese dal mio ritorno alla Sala della Meditazione, una notte, mentre ero immerso in un sonno profondo, mi trovai d'un tratto a fissare l'attenzione su questa domanda: 'Tutte le cose ritornano all'Uno, ma quest'Uno, dove ritorna?'. La mia attenzione si concentrò talmente su tali parole che trascurai di dormire, mi dimenticai di mangiare e non seppi più distinguere il levante dal ponente, il mattino dalla notte. Quando spiegavo la tovaglia, quando prendevo le scodelle o soddisfacevo i miei bisogni naturali, sia che stessi o che andassi, sia che parlassi o rimanessi in silenzio, tutta la mia esistenza era ossessionata dalla domanda: 'Quest'Uno dove ritorna?'. Nessun altro pensiero agitava la mia coscienza; anche volendolo, non riuscivo a muovere la mente in un qualunque senso non avente relazione con quell'idea centrale. Mi sentivo come inchiodato o incollato; per quanto cercassi di scuotermi, rimanevo sempre là. Anche in mezzo alla folla o nella congregazione, mi sentivo tutto solo. Dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina i miei sentimenti erano così trasparenti, così sereni, così alti sopra ogni cosa! Assolutamente puri e senza un granello di polvere! Quel mio unico pensiero abbracciava l'eternità; il mondo esterno era così calmo, e così dimentico io ero dell'esistenza degli altri. Passarono sei giorni e sei notti: ero come un idiota, come un imbecille. Ma una volta, entrando in un santuario insieme agli altri monaci e recitando con essi i versi sacri, mi venne di alzare il capo e di posare lo sguardo sui versi di Fa-ien. Ciò mi fece destare improvvisamente dal sortilegio e in me folgorò il significato della domanda che il mio vecchio maestro mi aveva dato da meditare: 'Chi è che porta per voi questo corpo senza vita?'. Sentii come se lo stesso spazio sconfinato andasse a pezzi e come se questa vasta terra sprofondasse. Dimenticai me stesso, dimenticai il mondo, fu come se uno specchio riflettesse un altro specchio. Rievocai nella mia mente diversi koan e li trovai tutti così chiari, così trasparenti! [...]»". (dal cap. V, par. VII).