"Visione in un solo pensiero" (Daisetz Teitaro Suzuki)
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"Visione in un solo pensiero" (Daisetz Teitaro Suzuki)


Continuiamo a leggere qualche brano dai Saggi sul Buddhismo Zen di D.T. Suzuki.

Suzuki sta parlando delle narrazioni, che troviamo nei diversi testi buddhisti, che descrivono il momento dell'illuminazione, quando il Buddha divenne Buddha:

"[Nel Lalita-vistara] si dice che il Buddha realizzò la suprema, perfetta conoscenza mediante la ekacittekshna-samykta-prajna. Che cosa è questa prajna? È un potere di comprensione d'ordine più alto di quello abitualmente esercitato per avere delle conoscenze relative. È una facoltà intellettuale e spirituale ad un tempo che, quando agisce, permette all'anima di infrangere le condizionalità dell'intellezione. L'intellezione è sempre dualistica perché implica un soggetto e un oggetto, mentre nella prajna che si esercita secondo «la visione materiata di un solo pensiero» (questa è l'espressione della espressione sopra riferita) non esiste più la separazione fra conoscitore e cosa conosciuta, e la conseguenza di ciò è l'illuminazione. [...] Quando la mente inverte il suo modo normale di procedere e invece di dividersi esteriormente si riporta alla sua originaria unità interna, essa comincia a realizzare lo stato della «visione in un solo pensiero» nel quale l'ignoranza cessa di agire e le manie non trovano più nulla su cui far presa.
Così noi possiamo definire l'illuminazione come uno stato assoluto dello spirito ove la cosiddetta «discriminazione» non ha più luogo. Ma occorre un grande sforzo mentale per realizzare questo stato in cui tutte le cose sono viste «in un solo pensiero». Infatti la nostra coscienza, sia logica che pratica, è fin troppo dedita all'analisi e all'ideazione; al fine di comprenderle, noi spezziamo le realtà nei loro elementi, e quando riuniamo tali elementi per ricostituire il tutto è l'uno o l'altro di essi che viene in risalto e noi non possiamo abbracciare l'insieme «in un unico pensiero». E poiché solo quando noi giungiamo al «pensiero uno» avviene l'illuminazione, occorre sforzarsi di superare la nostra coscienza empirica e relativa che si attacca alla molteplicità e non all'unità delle cose.
[...]
Quando vige l'ignoranza, la conoscenza è separata dall'azione e il conoscitore da ciò che viene conosciuto, il mondo viene assunto come cosa distinta dall'Io e, in genere, si ha sempre un'opposizione fra due elementi. Ma questa è anche la condizione fondamentale del comune conoscere, il che significa che non appena interviene il conoscere l'ignoranza si associa ad ogni suo atto. Quando si pensa di conoscere qualcosa, vi è qualcosa che non si conosce. L'ignoto si nasconde sempre dietro il conosciuto [...]. Eppure noi vogliamo conoscere questo ignoto conoscitivo [...]. Almeno dal punto di vista teoretico, ciò implica una palese contraddizione. Ma finché non trascendiamo questa condizione non vi è pace per la mente [...].
Nel cercare il «costruttore» (gahākara - colui che ha determinato lo stato di esistenza soggetto a nascita e morte) il Buddha s'imbatté sempre nell'ignoranza, nel principio sconosciuto che sta dietro la conoscenza. Egli non poté mettere le mani su questa forza celata finché non superò la dualità di conoscente e conosciuto. Questo trascendimento non fu, di nuovo, un atto conoscitivo, ma come la realizzazione di se stesso [...]. Il sapere che il conoscitore ha di se stesso in se stesso - cioè come è per lui stesso - non può essere raggiunto attraverso alcun processo dell'intelletto, a questo non essendo dato di trascendere le proprie condizionalità" (dai Saggi sul Buddhismo Zen, vol. 1, cap. III).