"Non vi è nessuna speciale istruzione" (D. T. Suzuki)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"Non vi è nessuna speciale istruzione" (D. T. Suzuki)


Continuiamo a leggere qualche brano dai Saggi sul Buddhismo Zen di D.T. Suzuki:

"Come dicono alcuni maestri dello Zen, lo Zen «è lo stato nomale del nostro spirito», non vi è, in esso, nulla di sovrannaturale, di inusitato o di altamente speculativo, nulla che trascenda la vita d'ogni giorno. Se avete sonno, ritiratevi; se avete fame, mangiate, proprio come fanno gli uccelli dell'aria e i gigli dei campi, non preoccupandovi della vostra vita, di ciò che mangerete o berrete o che vi metterete per coprire il corpo. Questo è lo spirito dello Zen. Così per lo studio dello Zen non vi è nessuna speciale istruzione didattica o dialettica, salvo del genere di quelle date da Tao-wu nel seguente episodio.
Lung-t'an Sui-hsin (Ryutan Soshin), discepolo di Tao-wu (Tenno Dogo), era stato assegnato al servizio personale di questi. Dopo un certo tempo che era presso il maestro, gli fece rilevare: «Da quando sono venuto qui, non ho ricevuto nessun insegnamento per lo studio dello spirito». Il maestro rispose: «Da quando sei venuto qui, non ho fatto altro che indicarti come si studia lo spirito». «In che modo lo si studia, o Signore?». «Quando mi porti una tazza di tè, forse non l'accetto? Quando mi servi il cibo, non lo prendo? Quando t'inchini dinanzi a me, non ricambio l'inchino? Quando mai ho trascurato di istruirti?». Lung-t'an restò a capo chino. Il maestro disse: «Se vuoi vedere, vedi dentro, direttamente; ma se ti metti a pensare, sei assolutamente sulla falsa strada»" (dal cap. VI, par. VIII).

Più avanti Suzuki cita un discorso di Wu-tsu (Goso):

"Se mi si chiede a che rassomigli lo Zen, dirò che esso rassomiglia all'imparare l'arte dello scassinare. Il figlio di uno scassinatore, vedendo che suo padre invecchiava, pensò: «Se egli non può continuare la professione, chi altri procurerà, se non io, il pane alla famiglia? Debbo imparare quell'arte». Comunicò la sua intenzione al padre, che l'approvò. Una notte il padre prese con sé il figlio. Raggiunta una grande casa, ruppe una palizzata, entrò nell'abitazione, forzò un cassone e disse al figlio di andarvi dentro e di prendere le vesti che vi erano custodite. Una volta che il figlio fu entrato, egli fece ricadere il coperchio, chiuse per bene la serratura ed uscì nel cortile gridando e battendo forte alle porte, tanto da svegliare tutta la famiglia; egli se la svignò attraverso la breccia della palizzata. Gli abitanti della casa, allarmati, accesero delle candele e si misero a cercare, accorgendosi però che gli scassinatori erano già fuggiti. Il figlio, che era rimasto chiuso nel cassone, non sapeva che pensare del contegno del padre. Si sentì assai avvilito; poi, gli venne una ispirazione. Fece un rumore simile al rosichìo di un topo. La famiglia disse alla domestica di prendere una candela e di esaminare il cassone. Non appena il coperchio fu alzato, il prigioniero saltò fuori, soffiò sulla luce, dette una spinta alla domestica e se ne scappò via. Tutti si misero ad inseguirlo. Vedendo un pozzo vicino alla via, egli raccolse un grosso sasso e lo gettò nell'acqua. Gli inseguitori si raccolsero intorno al pozzo cercando di scorgere giù nel buio lo scassinatore che, pensavano, si annegava. Nel frattempo questi giungeva invece sano e salvo a casa. Prese però di petto il padre, per la situazione critica in cui l'aveva cacciato e da cui per miracolo era scampato. Il padre gli disse: «Non arrabbiarti, figlio mio. Dimmi piuttosto come te la sei cavata». Quando il figlio gli ebbe raccontata la sua avventura, il padre disse: «Ecco, hai già appreso l'arte!»" (dal cap. VI, par. IX).

Nel senso, appunto, che "non vi è nessuna speciale istruzione". La via, che non è via, non è indicata, non è tracciata, non è percorsa: si fa, nel suo realizzarsi. È un'arte che non ha insegnamenti al suo interno.