"Senza nessuno scopo preciso, mi misi ad errare fra i monti" (D. T. Suzuki)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"Senza nessuno scopo preciso, mi misi ad errare fra i monti" (D. T. Suzuki)


Continuiamo a leggere qualche brano dai Saggi sul Buddhismo Zen di D.T. Suzuki. Qui è Fo-kuang (1226-1286) che ci narra la sua esperienza di satori:

"A diciassette anni decisi di studiare il buddhismo e mi detti a meditare sui misteri del «Wu di Chao-cheu». Speravo di venirne a capo dopo un anno di studio, ma ciò non accadde. Passò un altro anno, passarono tre anni, e io mi trovavo sempre allo stesso punto. Nel quinto o sesto anno, senza che in me fosse avvenuto alcuno speciale cambiamento, il «Wu» si insediò talmente nella mia coscienza, che non potevo liberarmene nemmeno nel sonno. Tutto l'universo mi sembrava non essere che lo stesso «Wu». Un vecchio monaco mi disse di sospendere per qualche tempo la ricerca e di vedere come le cose si mettevano, Seguii il consiglio [...] e restai seduto e tranquillo. Ma quel «Wu» l'avevo tenuto in me così a lungo che, per quanto mi sforzassi, non riuscivo più a liberarmene. Se sedevo, dimenticavo di stare seduto, né ero conscio del mio corpo. In me non vi era che un senso di estremo vuoto. Sei mesi passarono così. Come un uccello fuggito dalla gabbia, la mia mente, la mia coscienza, andava libera ora verso oriente, ora verso occidente, ora verso nord, ora verso sud. Restavo nella posizione della meditazione per due giorni senza interruzione, o per un giorno ed una notte, senza sentire alcuna stanchezza.
[...] Un giorno, stando seduto, sentii come se spirito e corpo si separassero, tanto da non potersi più ricongiungere. I monaci che mi erano vicini credettero che fossi morto, ma un anziano disse che, immerso in una profonda meditazione, mi ero gelato in uno stato senza moto; se fossi stato avvolto in panni caldi avrei ripreso i sensi. Così si fece, ed io alla fine mi ridestai [...].
Dopo di ciò, ripresi la pratica di sedere nella posizione della contemplazione. Ora potevo dormire un poco. Quando chiudevo gli occhi, mi si presentava un grande spazio vuoto, che poi prendeva la forma di un cortile di fattoria. Per questo terreno, camminavo e camminavo tanto che mi divenne del tutto familiare. [...] Una notte ero rimasto in posizione fino a tardi, tenevo gli occhi aperti ed ero cosciente di star seduto in quel modo. Ad un tratto, il suono di un colpo battuto sul tramezzo della stanza del capo dei monaci raggiunse il mio orecchio: ciò bastò per produrre una súbita, piena rivelazione dell'«uomo originario». Allora non restò più nulla della visione che si presentava quando chiudevo gli occhi. In fretta mi alzai, uscii di corsa nella notte lunare e raggiunsi la foresteria [...], alzando gli occhi al cielo, mi misi a ridere e a gridare: «Oh, come è grande il Dharmakaya! Grande ed immenso, sempre!».
Da allora la mia gioia non conobbe più limiti. Non potevo più restare seduto e tranquillo nella Sala della Meditazione; senza nessuno scopo preciso, mi misi ad errare fra i monti, prendendo ora l'una ora l'altra via" (dal cap. V, par. VII).

"Dharmakaya" etimologicamente significa "Corpo della Dottrina", ma anche "Corpo del Buddha", nel senso della sua attività nell'universo, raggiunto il nibbana definitivo.