"Lavorate con quello che avete sotto mano" (Achaan Sumedho)

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"Lavorate con quello che avete sotto mano" (Achaan Sumedho)


Concludiamo oggi nel leggere brani tratti dal testo di Achaan Sumedho, Il suono del silenzio:

"Lavorate con quello che avete sotto mano. Se tornando a casa vi sentite confusi e pensate di non poter praticare, affidatevi alla vostra capacità di essere consapevoli che si tratta di un pensiero («Non posso praticare nella vita quotidiana, ho troppe responsabilità, troppe...»). Fermatevi. Chi è che lo pensa? Che cos'è? È un pensiero, vero? Io creo me stesso come qualcuno che non può farcela. Grazie alla consapevolezza iniziate a cogliere momenti come questi, cominciate a svegliarvi; non a convincervi di potercela fare, perché non cambierebbe nulla. Semplicemente, date fiducia all'essere consapevoli di come create voi stessi. Come gettarsi per terra e gridare «Non ce la faccio»: non è stata questione di crederci, ma di esserne testimoni. Mettetevi nella posizione del Buddha che ascolta il Dhamma, e quando il tiranno interiore comincia a punzecchiare e insultare saprete ascoltarlo, riconoscerlo.
[...]
Quando provate un'emozione, è quella che è, ma un modo abile per affrontarla è farne oggetto di riflessione, accoglierla così com'è: sorgere, cessare, anattā, non sé. [...] Dentro la maggior parte di noi regna il conflitto: la mente razionale giudica l'esperienza emotiva, e non sappiamo che pesci prendere. Spesso crediamo che l'intelligenza sia nella mente razionale, che sa benissimo cosa dovremmo provare, cosa dovremmo fare, in cosa dovremmo credere, cosa è giusto e cosa è sbagliato. La realtà emotiva è diversa. Paura, ansia, preoccupazione, scoraggiamento, gelosia, invidia, indegnità, autodenigrazione, rabbia, risentimento, indignazione, lutto, avidità, desiderio sessuale, voluttà... non sono cose razionali o ragionevoli, ma sono parte integrante della natura umana. Il nostro mondo emotivo è così. Non è ragionevole o razionale. Ma è sensibile. Quindi il nostro rapporto con la sensibilità non è all'insegna del giudizio, della denigrazione, della contrapposizione, ma dell'accoglienza. È in questo senso che la consapevolezza intuitiva è un rifugio. Ed è quello che tutti noi abbiamo bisogno di imparare.
[...]
Immaginiamo come sarebbe bello evadere dalle trappole mentali, tentiamo e falliamo, e quindi ci giudichiamo. Ma quel senso di: «Non dovrei sentirmi così, non dovrei avere queste abitudini, devo disfarmi di questo, diventare in un certo modo...», può essere osservato in quanto processo. [...] Possiamo comprendere a fondo la natura del desiderio e dell'attaccamento [...], e a quell'intuizione profonda si accompagna il lasciar andare. Comprendere il lasciar andare... lo ripeto, non è resistere, o disfarsi di qualcosa, ma lasciarlo essere com'è" (pp. 138-141).

 

 


 

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