"Sono come sono" (Achaan Sumedho)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"Sono come sono" (Achaan Sumedho)


Continuiamo a leggere alcuni brani tratti dal testo di Achaan Sumedho, Il suono del silenzio:

"Una delle riflessioni che ho trovato utili, personalmente, è partire da quello che abbiamo sottomano, qui e ora. Prendete atto di come vi sentite, dello stato mentale, della condizione fisica del momento [...]. Comunque sia lo stato mentale [...], se siete consapevoli di pensarlo, quella è consapevolezza.
Ascoltatevi, notate il rapporto fra sati (presenza mentale) e i pensieri o le emozioni che provate, usate la frase: «Sono come sono», o: «È quel che è», per incoraggiare l'osservazione, invece del giudizio.
[...]
Gli idealisti possono essere molto crudeli, molto giudicanti, molto critici verso tutto. Gli idealisti non sono mai contenti, perché per loro niente è come dovrebbe essere... dovrei essere più paziente, più amorevole, più sensibile; dovrei essere sempre saggio, compassionevole e gentile; dovrei sforzarmi di assomigliare al Buddha; non dovrei mai essere egoista, non dovrei reagire in modo così infantile, non dovrei essere così egocentrico e vanitoso... mi vergogno di me stesso, mi sento in colpa, e assumo un atteggiamento censorio. Tutto per via di un ideale, che ci spinge a denigrarci continuamente. Il senso di colpa è uno degli effetti nevrotici della nostra società.
Noi occidentali ereditiamo il senso di colpa dall'idealismo cristiano-giudaico. Siamo particolarmente autocritici e inclini a crearci sensi di colpa. [...] Gli ideali sono belli, ma la consapevolezza ci mette a confronto con il presente, che non è ideale. Il momento presente, adesso, non è un ideale, è quello che è.
[...]
Siamo abituati a pensare, a usare la logica e la ragione; il pensiero diventa un'abitudine. La presenza mentale non deriva dall'abitudine, ma dipende dalla consapevolezza; altrimenti è ignoranza. [...]
La sofferenza non è avere male alle ginocchia. È l'avversione al dolore, perché la dimensione in cui viviamo è fatta così. Il dolore fa parte dell'esperienza: il dolore fisico e il malessere, la vecchiaia, la malattia, la morte, la perdita di ciò che è caro, il lutto, la tristezza, la disperazione, l'angosci. E non è deprimente. Ossia, sono tutte esperienze preziose, da cui possiamo imparare come esseri umani; nel corso di un'esistenza umana è inevitabile vivere la perdita dei cari, la separazione. [...] Questi eventi, se li prendiamo sul piano personale, possono deprimerci molto: tutto ciò che è mio, amato e piacevole diventerà altrimenti, verrà separato da me. Se ci penso, se comincio a ricamarci sopra, tanto varrebbe suicidarmi subito, farla finita qui. Ma in termini di Dhamma, guardiamo e conosciamo il mondo come il mondo. Essere nati comporta questo.
[...]
Quando formulate una domanda, per un attimo non c'è pensiero. Ad esempio, alla domanda: «Chi sono io?», potrei rispondere: «Sumedho». Questo lo sapevo già, quindi come risposta non mi interessa; ma allora chi sono? È sconcertante. La mente discorsiva si ferma. E riflettendo sugli intervalli fra i pensieri scoprii lo spazio attorno gli oggetti nella mia mente.
Cominciai a riflettere sullo spazio, innanzitutto il mio spazio visivo. Ad esempio, nel monastero dove sedevo insieme agli altri monaci e notavo Achaan Tizio, Achaan Caio... li vedevo tutti attraverso i loro nomi e i ricordi che ne avevo come persone, con un certo modo di essere. Poi iniziavo a riflettere sugli spazi fra i monaci [...]. È un modo diverso di guardare: riflettere sullo spazio, invece di seguire la convenzione secondo cui il tal monaco si chiama così, ha un certo carattere, eccetera. È un modo per studiare e indagare la realtà, per osservare il modo di essere delle cose, usando lo spazio come punto di riferimento invece di farsi ossessionare dalle forme, dai nomi e dalle reazioni personali.
A un certo punto notai che riflettere sullo spazio mi lasciava una sensazione di spaziosità" (p. 86, p. 116, pp. 119-126).