Il successore al quinto patriarca
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

tantra

gli esercizi

testi

poesie

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 




Il successore al quinto patriarca

Il quinto patriarca dello zen in Cina, compreso il fatto che la sua vita stava terminando e volendo scegliere il suo successore, decise di fare una specie di concorso di poesia: ogni monaco doveva esprimere in propri versi la saggezza personalmente realizzata. Sulla base di questi componimenti, il quinto patriarca avrebbe deciso chi doveva essere il suo successore. Il monaco ritenuto più sapiente di tutti, davanti al quale nessuno ebbe l'ardire di comporre una propria poesia, scrisse sul muro questi versi:

Il corpo è come l'albero della Bodhi
e la mente è simile a un limpido specchio;
con cura lo ripuliamo di ora in ora
per timore che sopra vi cada la polvere.

La poesia fu elogiata dagli altri monaci, ma il quinto patriarca non si convinse della realizzazione vissuta da Shen Hsiu, il monaco più sapiente.
Hui Neng, che lavorava alle stalle del monastero, era un illetterato: non sapeva leggere e nemmeno scrivere. Passando per il corridoio dove era stata scritta questa poesia, se la fece leggere da un altro monaco e poi gli dettò questi altri versi, che furono scritti a fianco alla precedente poesia:

Essenzialmente la Bodhi non ha albero
e nemmeno esiste alcuno specchio;
poichè dunque è tutto vuoto fin dall'origine,
su cosa può cadere la polvere?

Il quinto patriarca comprese subito, leggendo questi versi, l'alta realizzazione di Hui Neng, che designò come suo successore, anche se in segreto. Sapeva infatti che gli altri monaci si sarebbero ribellati a questa decisione: Hui Neng era un incolto e per di più non aveva nemmeno preso i voti. Il quinto patriarca fece partire Hui Neng per il sud, in attesa che i tempi sarebbero diventati maturi.

Da qui la divisione tra Scuola del Sud e Scuola del Nord. La prima, destinata a "vincere", è quella che inizia appunto con Hui Neng. La seconda - la Scuola del Nord -, che riteneva Shen Hsiu il vero successore del quinto patriarca.

Eppure anche la Scuola del Nord ha una sua verità. La metafora dello specchio sporco per indicare la mente del praticante è spesso ripetuta nella tradizione zen.
Un detto di Yun Men dice: "Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone". Quindi: certo, c'è qualcosa da realizzare, la pratica non è il consolante far nulla. Se fosse diversamente, che cosa ci facciamo qui? In questo senso, dunque, ripuliamo il nostro specchio. Ma è anche vero che concepire la pratica come un graduale avvicinamento alla pulizia totale, ci fa cadere in un virtuosismo alla rincorsa di qualcosa che vediamo sempre davanti a noi, che non realizzeremo mai. È il dualismo. Il vuoto è già qui: c'è solo da realizzarlo. Nessuno ha mai detto che al vuoto si giunge: si realizza, questo sì! Per questo allora la pratica, come ritiene la scuola del Sud, non è qualcosa per diventare illuminati, ma è essa stessa illuminazione: samsara è nirvana. Basta solo vederlo.