Il quinto patriarca dello zen in Cina, compreso il fatto
che la sua vita stava terminando e volendo scegliere il suo successore, decise
di fare una specie di concorso di poesia: ogni monaco doveva esprimere in propri
versi la saggezza personalmente realizzata. Sulla base di questi componimenti,
il quinto patriarca avrebbe deciso chi doveva essere il suo successore. Il
monaco ritenuto più sapiente di tutti, davanti al quale nessuno ebbe l'ardire di
comporre una propria poesia, scrisse sul muro questi versi:
Il corpo è come l'albero della Bodhi
e la mente è simile a un limpido specchio;
con cura lo ripuliamo di ora in ora
per timore che sopra vi cada la polvere.
La poesia fu elogiata dagli altri monaci, ma il quinto
patriarca non si convinse della realizzazione vissuta da Shen Hsiu, il monaco
più sapiente.
Hui Neng, che lavorava alle stalle del monastero, era un illetterato: non sapeva
leggere e nemmeno scrivere. Passando per il corridoio dove era stata scritta
questa poesia, se la fece leggere da un altro monaco e poi gli dettò questi
altri versi, che furono scritti a fianco alla precedente poesia:
Essenzialmente la Bodhi non ha albero
e nemmeno esiste alcuno specchio;
poichè dunque è tutto vuoto fin dall'origine,
su cosa può cadere la polvere?
Il quinto patriarca comprese subito, leggendo questi
versi, l'alta realizzazione di Hui Neng, che designò come suo successore, anche
se in segreto. Sapeva infatti che gli altri monaci si sarebbero ribellati a
questa decisione: Hui Neng era un incolto e per di più non aveva nemmeno preso i
voti. Il quinto patriarca fece partire Hui Neng per il sud, in attesa che i
tempi sarebbero diventati maturi.
Da qui la divisione tra Scuola del Sud e
Scuola del Nord. La prima, destinata a "vincere", è quella che inizia appunto
con Hui Neng. La seconda - la Scuola del Nord -, che riteneva Shen Hsiu il vero
successore del quinto patriarca.
Eppure anche la Scuola del Nord ha una sua verità. La metafora dello specchio
sporco per indicare la mente del praticante è spesso ripetuta nella tradizione
zen.
Un detto di Yun Men dice: "Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un
accattone". Quindi: certo, c'è qualcosa da realizzare, la pratica non è il
consolante far nulla. Se fosse diversamente, che cosa ci facciamo qui? In questo
senso, dunque, ripuliamo il nostro specchio. Ma è anche vero che concepire la
pratica come un graduale avvicinamento alla pulizia totale, ci fa cadere in un
virtuosismo alla rincorsa di qualcosa che vediamo sempre davanti a noi, che non
realizzeremo mai. È il dualismo. Il vuoto è già qui: c'è solo da realizzarlo.
Nessuno ha mai detto che al vuoto si giunge: si realizza, questo sì! Per questo
allora la pratica, come ritiene la scuola del Sud, non è qualcosa per diventare
illuminati, ma è essa stessa illuminazione: samsara è nirvana. Basta solo
vederlo.