L'interpretazione dell'ottuplice sentiero da parte di Rudolf Steiner (Parte seconda)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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L'interpretazione dell'ottuplice sentiero da parte di Rudolf Steiner (Parte II)

Abbiamo letto la seconda parte dell'interpretazione di Rudolf Steiner dell'ottuplice sentiero:

"L'ordine nella vita. Vivere in maniera conforme alla natura e allo spirito, e non perdersi nelle futilità esteriori della vita. Evitare tutto ciò che porta inquietudine e fretta.
Non precipitare nulla, ma neppure essere inerti. Considerare la vita quale strumento di lavoro per lo sviluppo superiore e agire in conformità.
Si parlerà, in questo senso, anche di 'giusto punto di vista' [sono i corrispettivi 'retti mezzi di sussistenza' buddhisti]".
"L'umana aspirazione. Bisogna cercare di non fare niente che sia al di sopra delle proprie forze, ma anche di non tralasciare nulla che sia compatibile con esse.
Bisogna guardare al di là di ciò che è legato al quotidiano, al momentaneo e porsi mete (ideali) che siano in relazione con i più alti doveri dell'uomo. Quindi, per esempio, volersi evolvere nel senso di questi esercizi, per poter essere poi maggiormente d'aiuto e dare consigli agli altri, anche se non nel futuro immediato.
Questo concetto si può sintetizzare così: 'far sì che tutti i precedenti esercizi diventino abitudine' [è il corrispettivo 'retto sforzo' buddhista]".
"Aspirare ad imparare il più possibile dalla vita.
Davanti a noi non passa niente che non ci dia occasione di accogliere esperienze utili per la vita. Se incorriamo in azioni non giuste o imperfette, esse saranno l'occasione per fare in futuro una cosa analoga in maniera giusta o perfetta.
Quando si vedono gli altri agire, li si osservi con un simile scopo (non però con uno sguardo privo d'amore). E non si intraprenda niente senza aver prima ripensato a esperienze passate, che possono esserci d'aiuto nelle decisioni e nelle azioni.
Se si presta attenzione, si può imparare molto da ogni uomo e anche dai bambini.
Questo esercizio si chiama anche 'la giusta memoria' [la corrispettiva 'retta consapevolezza' buddhista], che significa ricordarci di quanto abbiamo appreso dalle esperienze vissute".
"Di tempo in tempo, occorre rivolgere lo sguardo alla propria interiorità, anche solo per cinque minuti al giorno, ma sempre alla medesima ora. Facendo ciò, bisogna immergersi in se stessi, consigliarsi accuratamente con se stessi, esaminare e formare i propri principi di vita, ripercorrendo con il pensiero le proprie conoscenze - o anche il contrario - valutando i propri doveri, meditare sul contenuto e sul vero scopo della vita, provare un sincero dispiacere per i propri errori e per le proprie imperfezioni; in una parola: cercare di trovare l'essenziale, il duraturo, e porsi seriamente mete adeguate, per esempio la conquista di alcune virtù. (Non cadere nell'errore di pensare d'aver fatto bene qualcosa, ma tendere sempre avanti, verso più alti ideali). Quest'esercizio si chiama anche: 'giusta contemplazione' [la corrispettiva 'retta concentrazione' buddhista]".

Poi abbiamo iniziato con l'esercizio dell'anapanasati. Poi meditazione camminata. Poi l'esercizio di consapevolezza della posizione ferma in piedi.
In ultimo un nuovo esercizio: seduti, nella solita postura, abbiamo soffermato la nostra consapevolezza sulle singole parti delle gambe che ci dolevano o che sentivamo in tensione. L'esercizio della consapevolezza sulle parti del corpo che provocano dolore è un ottimo esercizio, soprattutto i primi anni della pratica: siamo molto più allenati a sentire una parte che ci produce sofferenza che non una parte della quale siamo del tutto indifferenti! Quando mi duole un dente, lo sento proprio, è lì e che dolore! Ma quando il dolore scompare, lo sento ancora quel dente? Questo esercizio può produrre all'inizio un apparente intensificazione del fastidio che stiamo osservando: è naturale, in quanto poniamo attenzione proprio a quel fatto, a quel dolore, in quel punto. Ma durante lo svolgimento dello stesso esercizio, si deve arrivare ad un'osservazione distaccata: la realizzazione cioè che da una parte ci sono io, che sto osservando, e dall'altra il dolore stesso. Il dolore rimane, ma è come se si allontanasse, come se lo vedessi da lontano: lo vivo in modo impersonale.