"Essere il mondo è amare il mondo" (Rupert Spira)
la meditazione come via
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"Essere il mondo è amare il mondo" (Rupert Spira)


Leggiamo un brano tratto da La presenza consapevole di Rupert Spira:

"Il mondo, cioè le percezioni sensoriali, continua come prima, ma privo del senso di alterità, di 'altro da me' [...]. In realtà non sperimentiamo più il mondo, ma siamo il mondo. Esperienza e consapevolezza sono sentite come un'unica cosa. Se non c'è più un 'noi' non c'è più nemmeno un 'mondo', e non separiamo più la nostra esperienza del mondo dalla sua esistenza.
Comprendiamo che la nostra esperienza del mondo e la sua esistenza sono un'unica cosa, e che l'amore non è qualcosa che si trasmetta da noi a un altro, da noi al mondo, ma è la natura stessa di tutte le esperienze, natura da cui niente è separato. Conoscere il mondo è essere il mondo, ed essere il mondo è amare il mondo. [...]
Se non c'è resistenza, c'è soltanto l'intimità immediata e indivisa dell'esperienza. [...] È un tutto intimo e indiviso. [...]
Il pensiero che si oppone, e che dà origine all'io, è un problema solo per questo io. [...]
Il vero sé non vede un io e un mondo separati. Conosce esclusivamente l'immediatezza e l'intimità della pura esperienza, il che significa che conosce soltanto l'amore.
Il sé permea tutte le esperienze come lo schermo permea tutte le immagini. Ma non si può nemmeno dire che lo schermo permei le immagini, perché le immagini non esistono separatamente dallo schermo. 'Immagini' è il nome che diamo allo schermo quando sembra essere qualcosa di diverso da se stesso. 'Parti', 'separazione', 'sé', 'altri' e 'oggetti' sono i nomi con cui definiamo l'esperienza quando sembra essere qualcosa di diverso da sé" (pp. 83-84, 99).

Ed è lo spazio abitato dalla pratica meditativa. Dove tutto è sentire, dove nulla è un fuori rispetto a un dentro. Un suono che sento, la pancia che si muove nel mio respirare, il rumore di un'auto che passa fuori per la strada, la sensazione della mia mano poggiata sulla mia gamba, ... tutto in questo ampio sentire nel quale sto attraverso la mia pratica.
Allora non c'è nessun osservare distaccato da ciò che viene osservato. Anzi: è proprio questa distanza (che è la schermatura del mentale) che viene a crollare: soggetto e oggetto terminano la loro separazione ed è dunque quell'esperienza in cui non c'è più un io e un altro da me. C'è invece un indicibile manifestarsi dell'evento, che è questo sentire.
Era il mio dire no, il mio contrappormi, il mio resistere, la mia paura che mi teneva lontano da questo spazio, da questa intimità.