"L'essere del sé è l'essere delle cose" (Rupert Spira)
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"L'essere del sé è l'essere delle cose" (Rupert Spira)


Martedì abbiamo letto per l'ultima volta qualcosa dal testo di Rupert Spira, La presenza consapevole:

"La sensazione del vento sul volto è un'unica sensazione, ma il pensiero la concettualizza frammentandola in due apparenti oggetti: il vento e il volto. In realtà la sensazione è una sola e potremmo chiamarla 'ventovolto'. La divisione di 'ventovolto' in vento e volto è una divisione concettuale che sembra dividere l'esperienza in due: il volto (io) e il vento (non io). Il risultato è che la 'persona' e il 'mondo' sembrano diventare due entità distinte e indipendenti. Per cui diciamo: «Conosco questo e quello», «sento il vento», «ti amo» e «vedo l'albero».
Ad esempio, nella visione di un albero non c'è vedente né visto. Non c'è un 'io' interno che vede, né un 'albero' che è visto. 'Io' e 'albero' sono concetti che il pensiero sovrappone alla realtà dell'esperienza, che in questo caso potremmo definire il 'vedere'. La consapevolezza e la realtà dell'albero non sono due esperienze separate: sono una sola.
[...] Non ci sono mai un soggetto e un oggetto dell'esperienza, c'è sempre e soltanto un intimo sperimentare indiviso. [...]
La separazione è un'illusione e non fa mai parte della reale esperienza. Ciò significa che io non vedo un albero, ma che nell'esperienza del vedere io sono l'albero, sono la sua realtà. L'unica sostanza presente nell'esperienza dell'albero è il vedere, e il vedere, o più genericamente lo sperimentare, è consapevolezza, il nostro sé. La consapevolezza che è il vedere e la realtà di ciò che è visto non sono due cose separate: sono una sola, identica cosa. Potremmo dire: «Sto alberando» o «Io, la consapevolezza, sto alberando». L'essere dell'io e quello dell'albero sono lo stesso essere.
L'essere del sé è l'essere delle cose. [...]
Non è un'esperienza straordinaria che solo pochi saggi illuminati sono in grado di fare: è l'esperienza intima, diretta e immediata di ciascuno di noi, anche se possiamo non notarla. L'unità dell'io e del mondo è un'esperienza familiare a tutti. La chiamiamo bellezza. Quando siamo colpiti dalla bellezza di un oggetto o di un paesaggio, tutto ciò che ci tiene a distanza o separati dall'oggetto si dissolve, e in quel momento senza tempo (senza tempo perché la mente non è presente) comprendiamo la nostra identità con l'apparente oggetto.
L'esperienza della bellezza è la dissoluzione dell'apparente 'oggettualità' dell'oggetto e della 'soggettività' del sé, dissoluzione che lascia soltanto l'intimità indivisa dell'esperienza. Naturalmente, quando la mente ricompare ricrea l'io separato e l'oggetto esterno, e di conseguenza pensiamo e sentiamo 'io vedo il paesaggio'. Il pensiero attribuisce la bellezza al paesaggio e in quel momento la bellezza è ridotta, dalla rivelazione dell'eterna natura che pervade tutte le cose apparenti, a una qualità relativa attribuita a determinati oggetti e non ad altri. In quel momento vengono creati il tempo e la distanza (o l'alterità), che è un'altra definizione per lo spazio, e la vera esperienza della bellezza è di nuovo velata.
Sperimentare questa dissoluzione della divisione tra un 'io' e un apparente 'altro' è l'esperienza dell'amore. [...] Per questo motivo amore, felicità e pace sono considerati assoluti, incondizionati. Non dipendono da niente, sono intessuti nella trama stessa dell'esperienza" (pp. 150-151).