"Tutte le cose sono illuminazione" (Dallo Shobogenzo)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"Tutte le cose sono illuminazione" (Dallo Shobogenzo)


Un altro brano tratto dallo Shobogenzo, dal capitolo Gabyō:

"Tutti i Buddha sono illuminazione, tutte le cose sono illuminazione. [...] Comunque, studiando la Via del Buddha, non dovremmo curarci dell'idea che tutti i Buddha e tutte le cose siano la stessa cosa. 'Se padroneggi una cosa, puoi padroneggiare ogni cosa'. Per padroneggiare una cosa è necessario non creare opposizione, né sopprimere la forma reale di ogni entità. Ma non cercate di forzare la vostra non-opposizione; anche questo è attaccamento. Quando la vostra esperienza è completamente distaccata, potete utilizzare adeguatamente ogni forma di esistenza. E così, se padroneggiate una cosa e ci siete veramente riusciti, potete padroneggiare ogni cosa".

Allora: tutto è in tutto, ma pensarlo non serve a nulla. Anzi: il fatto è che non si tratta di una filosofia, cioè non si muove all'interno dell'orizzonte del pensiero, dell'intelletto, del ragionare. Non è che se ne possa discutere, come di una teoria, di una dottrina: sarà vera? sarà falsa? quali elementi entrano in gioco? quali conseguenze? ecc. È una cosa che c'è, ma facciamo finta di nulla, come se non lo sapessimo. Del resto non lo sappiamo proprio, altrimenti sarebbe solo un'idea, una nozione. Dire che tutti i Buddha e tutte le cose sono la stessa cosa rischia di divenire semplicemente un panteismo e niente più: un'etichetta, come per dire "va bene, ho capito, si tratta di quella cosa lì, discorso chiuso".
Invece non c'è niente da capire. Si tratta di superare quell'opposizione congenita nel nostro psichismo, senza cadere però nella non-opposizione. Cosa ha di male l'opposizione? Bé, è necessario dirlo? Ti opponi, produci resistenza, ti sforzi, crei una tensione. E la non-opposizione? Il fatto è che ragioniamo per dualismi, per opposizioni binarie appunto: se non è bianco deve essere il suo contrario, e via di questo passo. Allora uno dice: non devo oppormi? Allora cerco la non-opposizione. Ma siamo sempre al solito punto. Ti butti tutto dall'altra parte e così facendo rimani sempre nel cerchio del ragionamento e delle scelte. Stai solo applicando una filosofia: pensi alla situazione e ne fai uscire una soluzione. Il fatto è che la non-opposizione è sempre qualcosa di assai innaturale: ti ci attacchi, diventa il tuo totem spirituale, vivi la tua giornata ripetendo a te stesso "non mi devo opporre, non mi devo opporre, non mi devo opporre, ...". Che fatica, che continua apprensione! Superare la coppia opposizione/non-opposizione è possibile solo seguendo la via dell'accettazione, dell'abbandono. L'accettazione non crea opposizione e neppure si abbarbica nella non-opposizione. L'accettazione dimentica questi dualismi, l'accettazione è dimentica anche di se stessa.
Così nascono l'azione e il pensiero distaccati. Ma distaccati dall'opposizione e dalla non-opposizione, non una sorta di atarassia mentale, di stato comatoso, vegetativo. C'è sempre questo fraintendimento riguardo al distacco di cui parla lo zen. Non devo essere attaccato né alla mia mancanza di disciplina (opposizione, tipico registro in cui si muove la mia vita) e neppure alla mia disciplina (la non-opposizione, inteso come imperativo morale). Allora se sono veramente distaccato da tutto ciò, ogni cosa risplende della sua vastità, della sua infinità; tutto è Buddha, ogni cosa è illuminata, tutto è illuminazione. Applicarmi a un frammento è entrare, attraverso di esso, nel tutto. Sono in quella cosa, non mi oppongo ad essa, la lascio fluire, c'è quella cosa e basta, la sua realtà mi investe, la sento, la lascio passare, la sua potenza mi apre, mi prende, mi infinitizza. Nel finito, l'infinito, ovunque, sempre. Padroneggio quella cosa, proprio perché ho lasciato perdere la strategia del cercare, del voler ottenere, del prendere, dell'accaparrarmi questo o quello. La padroneggio perché mi sono offerto a lei, mi sono perso in lei, mi sono perso io stesso, sono capitolato. Le ho detto: vincimi tu, prendimi e finiscimi. È lì che sento il brivido dell'infinito che è in lei, in me, tra lei e me. È tutto vuoto, è un vuoto che vibra, che sento. È un'estasi, no? È un godimento sottile.
Ma lo vivo solo se lascio essere ogni cosa quella cosa lì e basta. Se mi ci applico con l'idea che tutto è Buddha, che ogni cosa è illuminazione, azzero tutto, livello tutto. Ogni cosa invece deve emergere nella sua singolarità, nella sua evidente unicità. È come un albero in un campo d'erba: solo grazie all'albero riesco a realizzare l'infinità del campo. Ma in questo caso è anche nell'albero l'infinità del campo. Il vuoto è dentro e fuori, perché non c'è più né dentro né fuori.