Un altro brano tratto dallo Shobogenzo, dal capitolo
Gyōji:
“Baso mandò un monaco da Hōjō per
saggiarne il livello di realizzazione. Questi gli chiese: «O monaco, un tempo
hai studiato sotto Baso. Perché vivi nascosto tra i monti?». Il Maestro Hōjō
rispose: «Baso una volta mi disse: ‘La nostra mente è Buddha’. È per questo che
vivo qui». Il monaco disse: «Ultimamente, la Legge del Buddha è un po’ diversa».
Hōjō gli chiese: «In che senso è diversa?». Il monaco rispose: «Ora Baso
insegna: ‘Niente mente, niente Buddha’». Hōjō disse: «Quel vecchio mi sconcerta!
Ma anche se dice ‘niente mente, niente Buddha’, io so che ‘la nostra mente è
Buddha’». Il monaco riferì questa risposta a Baso ed egli osservò: «La prugna è
ora matura»”.
Hōjō era stato allievo di Baso e aveva
raggiunto la realizzazione al sentire la frase di Baso: “La nostra mente è
Buddha”. E così si ritirò a vita eremitica.
Ora, c’è realizzazione e realizzazione. L’idea secondo la quale esisterebbe una
sola illuminazione, una volta per tutte, una volta per sempre, è completamente
sbagliata. Esiste invece quel qualcosa, che va penetrato continuamente, sempre
più a fondo. Questo produce ovviamente diversi tipi di realizzazione. Si
realizza poi che quel qualcosa in realtà non esiste, ma questo è un altro
discorso, che per ora lasciamo sullo sfondo. Non c’è nessun inizio e nessuna
fine. Allora Hōjō ha realizzato ‘La nostra mente è Buddha’. Il fatto è che il
più delle volte la realizzazione zen passa da un evento o da una parola
particolari. Quindi ci si realizza, ma attraverso quella precisa porta, quel
varco che si è venuto a creare. Ci si realizza nel senso che si realizza la
verità non logica, non razionale che è propria di quella parola, o di quel
gesto, o di quella situazione, ecc.. Il problema è che quello è l’inizio, è
l’incipit: non è la conclusione.
Dunque realizzare ‘La nostra mente è Buddha’ cosa significa? Può significare
diverse cose, dipende cioè dal tipo di comprensione esistenziale di questa
frase. Un tipo di realizzazione potrebbe essere – e forse è quello più
immediato, più facilmente comprensibile, anche probabilmente quello più banale,
almeno al semplice livello delle parole – che esiste una identità tra mente e
illuminazione. Hōjō si ritira tra i monti per cogliere appieno quella verità che
ha accarezzato nella sua realizzazione. Realizzi, ma non è mai una realizzazione
piena: la devi fermare, la devi meditare in profondità, vi ci devi immergere
completamente, devi farla tua, devi coincidere con essa. Questo è quello che
cerca di fare Hōjō nel suo ritiro. E lo fa con successo, perché la ‘nuova’
rivelazione di Baso non lo fa esitare. Non c’è nessuna novità, non c’è nessun
cambiamento, la legge di Buddha non è “un po’ diversa”. ‘Niente mente, niente
Buddha’ è una ulteriore penetrazione di ‘La nostra mente è Buddha’.
‘La nostra mente è Buddha’ significa già illuminazione, già nirvana nel samsara,
significa buddhità comunque, sempre, qui e ora, dall’eternità, per l’eternità.
Quale necessità di una pratica, di un lavoro su di sé? Quale giustezza nel
considerare un percorso da farsi, da compiersi? Mente è Buddha: non c’è proprio
nulla da fare, è solo da realizzare, nient’altro. Ma una volta realizzata, non
ci devi rimanere avvinghiato, per non esserne prigioniero. Ogni parola che tieni
dentro, ogni concetto, ogni idea si impadronisce di te. Ciò che possiedo, mi
possiede. Ma è la stessa retta comprensione di ‘La nostra mente è Buddha’ a
condurci su questa strada. Se la mente è Buddha, tutto è Buddha e tutto è mente;
se tutto è Buddha, non c’è distinzione tra buddhità e non buddhità; se non c’è
distinzione, allora non c’è nemmeno Buddha; altrimenti dove sarebbe quel Buddha
da indicarsi rispetto al resto della realtà? E se tutto è mente, non c’è
distinzione tra mente e non mente; allora non c’è nemmeno mente, per lo stesso
motivo per cui non c’è Buddha. Quindi: ‘Niente mente, niente Buddha”.
Se la prima comprensione di ‘La nostra mente è Buddha’ si soffermava sulla
mente, sul Buddha, rischiando quindi di scambiare una situazione di passaggio
con qualcosa di stabile, da tener stretto, trasformandolo in una verità sacra da
venerare nel nostro tempio interiore, l’ulteriore comprensione della stessa
verità – ‘Niente mente, niente Buddha’ – è la realizzazione del suo carattere
liberatorio, svincolante. Si realizza il vuoto, perché non c’è nessun attenersi
a principi, a dottrine, a idee, a insegnamenti. Abbandona la mente, il tuo
lavorare su di essa, abbandona il Buddha, la tua ricerca di illuminazioni, le
tue masturbazioni spirituali. Fai crollare tutto. Anche la verità è stata solo
un grimaldello, era un bluff. Quale verità conosci quando non c’è mente e non
c’è Buddha? C’è solo il vuoto e il momento presente. La domanda: “Cosa devo
fare?” non trova più nessun interstizio per affacciarsi, nemmeno per prodursi.