"Al di là del diventare Buddha" (Dallo Shobogenzo)
Un altro brano tratto dallo Shobogenzo, dal capitolo Zazenshin:
"Il punto cruciale è che c'è un Buddha che agisce, ma che non
cerca di diventare Buddha. Poiché il Buddha che agisce è completamente al di là
del diventare Buddha, esso è l'attualizzazione del risveglio. Il corpo è Buddha,
non diviene Buddha. Quando reti e gabbie sono infrante, il Buddha seduto non è
per nulla di ostacolo ad diventare Buddha. Proprio in quel momento, fin
dall'origine e attraverso mille e diecimila epoche, Buddha e dèmoni sono
lasciati andare".
Questo testo parla del rapporto tra risveglio e tempo. La
struttura tempo si realizza all'interno della pratica nel momento nel quale la
pratica stessa si intende come "finalizzata a". Inizia allora il divenire,
compreso l'approccio "diventare Buddha". Si diviene nel tempo, si è nell'istante
presente. L'istante è nel tempo, ma ne è fuori. Sei nel tempo e allora ci sono
reti e gabbie, sei nell'istante e c'è solo il vuoto splendente del niente,
dell'apertura, dello spazio libero, dell'assenza dell'ostacolo. Sei seduto, sei
fermo, non c'è contrasto, nessun'opposizione: sei Buddha. È lì l'attualizzazione
del risveglio, un realizzare che non avviene, che non sia avvia nella dinamica
della temporalità, che non nasce, che non si produce, che non ha inizio. Perché
l'azione che si realizza nel momento presente - quella in cui è "il Buddha che
agisce" - è al di là del diventare Buddha, è perfezione nel suo essere quello
che è, nel suo concludersi e mirare in se stessa, nel suo dispiegarsi sereno e
senza scopi, nel suo trovarsi mantenendosi in sé: non c'è nessuna mira, si è "al
di là del diventare Buddha". Se agisce il Buddha, che importa il resto?
Il Buddha che agisce lascia andare il Buddha stesso. Non è un dimenticarsi, un
fare finta che, un abdicare: è lasciare andare. Non ti opponi, non ti avvinghi:
lasci andare. Il lasciare andare è l'unica alternativa saggia alla coppia
opposizione-legame (le due facce della dipendenza). Ti opponi a ciò che non
riesci ad ammettere, ti leghi a ciò che non riesci ad accogliere in modo
benevolente ed equanime. Nel momento supremo del lasciare andare, nell'istante
perfetto del qui ed ora, è realizzata l'eternità, il tempo passato, presente e
futuro; nello spazio vuoto realizzato dal Buddha che agisce, dal Buddha che non
diviene, del Buddha che non è di ostacolo, del non diventare Buddha, del non
cercare, si è completamente al di là e si realizza che sempre è stato così,
sempre è così. Non c'è nessuna differenza: è solo un togliersi la sporcizia
dagli occhi; poi capisci che anche quella sporcizia era la benedizione del
Buddha, era la sua perfezione. Tecnicamente non c'è neppure l'azione del
togliersi la sporcizia: il realizzare è su un altro piano. Benedetto il Buddha,
benedetta la realizzazione dell'istante presente, benedetti gli occhi, benedetta
la loro sporcizia. Tutto è benedetto fin dall'eternità, per tutta l'eternità.
Altrimenti: dualismo, divenire, cambiare, un corpo che non è Buddha.
Eppure c'è un'attualizzazione del risveglio, c'è un infrangersi di reti e
gabbie, c'è un lasciare andare. Non sono parole vuote, c'è una realtà dietro ad
esse. C'è un "già è" da appaiare con tutto questo. Non se ne viene fuori, finché
si sottostà alla dimensione tempo. Bisogna entrarci dentro, attraverso l'azione
nel momento presente, fino a aprire le maglie della rete, guardarci in
profondità, bucandola, bruciandola. Come l'istante, sei nel tempo, ma ne sei
fuori. Non la buchi, non lo bruci perché agisci per questo: ci sei dentro,
completamente. Tutto il resto viene da sé, tutto il resto è già qui da sé.
Altrimenti ci sarebbe calcolo, azione premeditata, Invece tutto è abbandonato,
tutto è lasciato andare, non ci sono più tornaconti, artifizi. È uno splendore
in cui non ci sei più, ma lo senti.