"Esercizio totale è illuminazione totale" (Dallo Shobogenzo)
Un altro brano tratto dallo Shobogenzo, dal capitolo Gyōbutsu Iigi:
"Esercizio totale è illuminazione totale, ma questo aspetto
non può essere forzato. È come la storia di quell'uomo che pensava di aver perso
la testa finché non vide la sua immagine riflessa nello specchio; vuol dire che,
nel momento in cui viene riflessa, la nostra vera forma è illuminata. Questo
continuo processo di illuminazione è la pienezza del Buddha che agisce, ed è
affidato al vero esercizio".
La forzatura consiste nel cercare la realizzazione. È pensare
ancora in termini dualistici: l'uomo che cerca la sua testa e la cerca,
ovviamente, con la sua stessa testa. Le cose non vanno forzate: esercizio totale
è tutt'altra cosa che dire esercizio. Quando l'esercizio è totale, non c'è
sforzo, non c'è divisione, non c'è pratica separata dalla vita. Non è più un
costringersi al lavoro. Che lavoro c'è da fare? Appena ti poni nell'ottica del
lavoro (per raggiungere...), ti allontani da te: cerchi la tua testa. Non c'è da
cercare niente, non c'è da trovare alcunché.
Il lavoro ha una sua funzione solo in quanto ti fa capire l'errore soggiacente
alla tua scelta di lavorarci sopra. L'uomo pensa di aver perso la testa, la
cerca, per poi accorgersi che ce l'ha ancora. Cioè: quella che si reputava la
soluzione - il nirvana - è molto semplicemente l'accorgersi di una situazione
che c'è già, che c'è sempre stata. C'è tutta questa mitologia del nirvana, delle
mirabolanti verità in esso contenute... Ovviamente c'è del vero in questo, ma
rendiamoci conto in che prospettiva siamo. Il nirvana è tutto qui: ci sono delle
cose, te ne accorgi e vivi tenendo sempre in te il fatto che ci sono.
Ora, la 'vera forma' è naturalmente sempre illuminata, non c'è un momento in cui
essa cambi, si trasformi. Diviene illuminata solo nella nostra percezione
parziale, limitata. L'immagine c'era già, anche prima di venire riflessa dallo
specchio. È il Buddha che agisce: non è che prima non agisse, la sua pienezza
consiste proprio nell'essere semplicemente quello che é, cioè nell'essere quel
Buddha che agisce e che nel suo agire rivela la sua realizzazione. Esercizio,
illuminazione, azione del Buddha, pienezza: sono la stessa cosa. È qui la
possibilità di vedere l'immagine nello specchio: nello specchio dell'azione. Non
è nulla di mentale, non è nulla di fisico, non è nulla di intellettuale e non
attiene ad alcuna disciplina. È tutto: è l'azione nel suo compiersi, dove non
c'è più chi agisce e l'oggetto dell'azione stessa. Attenzione: non pensiamo alla
morale, non scadiamo nel dire che la corretta azione consiste nell'agire bene,
nel fare i bravi, nel compiere buone azioni. Siamo proprio su un altro piano:
non si tratta di contrapporre azione corretta e azione sbagliata. Non c'è nessun
dualismo. È proprio agire senza dualismo tra me e l'oggetto, tra l'azione
compiuta e quella non compiuta.
Il fatto è invece che se sei nell'azione, se sei il Buddha che agisce, non c'è
più separazione, non c'è più elaborazione mentale, preoccupazione, calcolo. Si
squaderna liberamente l'azione nel suo darsi, nel tuo compierla dandoti ad essa.
È perfetta e anche moralmente impeccabile proprio per questo: ci si arriva dalla
via opposta rispetto a quella praticata da ogni moralismo. L'immagine riflessa è
lì: se sei svuotato nell'azione stessa, se c'è l'azione e basta, cosa si
riflette in quell'attimo se non se stesso, il suo compiersi, il suo
presentificarsi? È la tua immagine, te ne accorgi perché non c'è niente, non
vedi niente, senti il vuoto e basta. Se avessi trovato qualcosa, ci sarebbe
stata allora ancora traccia della tua ricerca, della tua volontà, del tuo
obiettivo, del tuo io. Ma qui non c'è più niente.