Un altro brano tratto dallo Shobogenzo, dal capitolo
Sansuikyō:
"Noi dobbiamo acchiappare noi stessi, e dobbiamo acchiappare
l'acchiappare. È mediante la Via che l'acchiappare acchiappa l'acchiappare".
È molto breve questo brano, ma è intenso, no? Quindi una cosa
è l'acchiappare noi stessi e un'altra è acchiappare l'acchiappare. Cosa va
acchiappato? C'è chi acchiappa, c'è chi è acchiappato e c'è l'acchiappare. La
pratica, la tecnica si muovono nella prima dimensione: acchiappi te stesso. Ti
cogli, ti catturi, ti afferri, realizzi la tua presenza, la tua realtà. Se vuoi
acchiappare qualcosa, allora l'uso delle tecniche può anche andare bene. Fai di
te l'oggetto del tuo acchiappare. C'è un soggetto che acchiappa, un oggetto che
viene acchiappato e c'è il tuo acchiapparlo attraverso procedure, strategie,
tecniche, pratiche, esercizi, ecc. Voglio acchiappare il mio respiro: allora mi
concentro su di esso. E via di questo passo. Qui siamo nel dualismo, ovviamente.
Il dualismo cade quando l'acchiappare si rivolge su se stesso. Prima c'erano
soggetto e oggetto, ora sono scomparsi. Si potrebbe dire: l'acchiappatore
acchiappa se stesso, nel senso che pone fine al suo acchiappare. Ma non è
proprio la stessa cosa, perché in questo caso avremmo ancora a che fare con un
piano da mettere in atto e - per di più - con un atteggiamento di contrasto, di
repressione dell'atto stesso dell'acchiappare. L'acchiappatore cioè vuole
mettersi a tacere, si imbavaglia, si usa violenza.
Invece acchiappare l'acchiappare significa entrare in corto circuito. Inseguire
se stessi può anche avere un suo senso, ma l'atto di inseguire non può
ripiegarsi su di sé: si tratterebbe di una vera impossibilità. E infatti
acchiappare l'acchiappare non ha una soluzione: porta semplicemente alla fine
dell'acchiappare. Non è cercare la risposta a una domanda, seguendo un'altra
via: in questo caso si permarrebbe ancora nell'idea di un sentiero, di una via,
di un percorso che porta da un punto all'altro. Si tratta invece del termine del
domandare stesso (l'acchiappare). La risposta a una domanda sposta alla prossima
domanda il problema; il termine del domandare è quindi l'unica possibilità, è la
Via.
Ma non è che acchiappare l'acchiappare sia in contraddizione con l'acchiappare
se stessi. Come dice il testo, "dobbiamo acchiappare noi stessi". Quindi prima
questo e poi acchiappare l'acchiappare. Solo che non sono due fasi che
aggiungano materiale su materiale. Non è che acchiappo me stesso e arrivo a un
certo punteggio e poi, acchiappando l'acchiappare, alzo ulteriormente il
punteggio. Nel momento nel quale acchiappo l'acchiappare, azzero tutto ciò che
avevo raggiunto nell'acchiappare me stesso. È anzi il suo svuotamento:
acchiappare l'acchiappare è fare vuoto di ogni acchiappamento di se stessi, è
fare vuoto di qualsiasi trovarsi, conoscersi. Acchiappare se stessi è il
"conosci te stesso"; acchiappare l'acchiappare è il "dimentica te stesso".
Una volta che sei in uno stato di divina dimenticanza, il tuo "conosci te
stesso" te lo butti alle spalle, non ti dice più niente, è un peso inutile:
realizzi il non senso di qualsiasi "conosci te stesso", realizzi che lo stato di
libertà è su tutto un altro piano. L'acchiappamento di se stessi è ancora - in
certo modo - permanere all'interno della gabbia (la gabbia della conoscenza e
anche la gabbia della volontà che vuole capire, cambiare, ...).
Resta il fatto, però, che acchiappare te stesso ha avuto la sua funzione. Non
puoi acchiappare l'acchiappare se non passi attraverso l'acchiappare te stesso,
altrimenti il tuo è solo un giochino da scemi. Perché? È molto semplice: il
procedimento dell'acchiappare lo cogli quando ti applichi assiduamente
nell'acchiappare te stesso. Se non cogli questa operazione - l'operazione
dell'acchiappare, non potrai lavorarci applicandola a se stessa, producendo cioè
il cortocircuito. E la puoi cogliere, all'inizio, quando la applichi a un
oggetto (a te stesso). Poi questo oggetto cadrà, attraverso l'acchiappare
l'acchiappare.