Un altro brano tratto dallo Shobogenzo, dal capitolo
Butsukōjōji:
"L'uomo che possiede il continuo sviluppo di là del Buddha è
non-Buddha. Ma che cos'è non-Buddha? Non è una condizione che precede o che
segue quella di Buddha. Non-Buddha non è semplicemente ciò che è andato oltre il
Buddha. Perché mai diciamo non-Buddha? Perché è l'originario e privo di
attaccamento volto del Buddha; è corpo-e-mente del Buddha, liberati".
Quindi Buddha e non-Buddha non si susseguono come due tappe
all'interno di un percorso. Il percorso è tempo, è passaggio da uno stato
all'altro, è cambiamento, è differenza, distinzione; il percorso è il luogo
della molteplicità, è dualismo. Quando qui si parla di 'continuo sviluppo'
bisogna comprendere il senso metaforico delle parole, il loro valore simbolico:
se ci si attacca ad esse come a degli idoli, come a dei totem, non se ne esce
più. Nel Buddha c'è il non-Buddha e il non-Buddha è l'abisso insondabile del
Buddha: è proprio insondabile, inappellabile, non lo cogli, è appunto non-Buddha.
Non.
Il Buddha è questo dimenticarsi nel non-Buddha, l'abbandonarsi in esso. L'ultimo
attaccamento è caduto, si è realizzata la sua vanità, la sua inconsistenza. Ed è
nel Buddha stesso questa chiamata, questa indicazione nella direzione del suo
non-. Separare Buddha dal non-Buddha significa eliminare sia Buddha che
non-Buddha: nessun Buddha è privo del suo non-Buddha e nessun non-Buddha è senza
la sua buddhità. Nel Buddha c'è questo 'non', che nega qualsiasi possibilità di
definirlo. Come dire che dietro all'etichetta 'Buddha' non c'è assolutamente
nulla; ma allo stesso tempo è la stessa cosa che dire che non si tratta d'altro
che il "corpo-e-mente del Buddha, liberati". Qualcosa di molto concreto, eppure
liberato: nessuna fuga dal presente, nessun andare al di là del Buddha che non
sia la sua piena manifestazione. Non c'è nulla oltre o prima del Buddha. Come
dice il testo, non è un andare oltre il Buddha, è invece un realizzarlo
pienamente. Nel Buddha, il non-Buddha. Parti da una condizione, da una
descrizione, da un'indicazione per giungere al loro annientamento: ma non c'è
nessuno sviluppo in questo. È sempre stato così, già dall'origine. Il Buddha è
non-Buddha, da sempre: è il suo volto originario. Se il Buddha è la cartina
geografica, il non-Buddha è la comprensione del non-luogo: la cartina era solo
un pretesto, un inganno necessario. La cartina non portava da nessuna parte, era
un bluff. Quando realizzi questa "nessuna parte", allora il non-Buddha.
Dunque attaccarsi al Buddha è perdere il non-Buddha, invece essere Buddha è
essere non-Buddha. Si è Buddha se ci si libera dell'attaccamento al Buddha. Non
c'è nessun volto da fissare, nessuna regola che indichi la via, nessuna pratica
per l'illuminazione. Nessun Buddha cui affidarsi, nessun suo messaggio di
salvezza da mettere in atto, da fare proprio. Nel Buddha, anzi, c'è il non
fare proprio: il non della regola, perché la regola blocca il flusso
della realtà, non ti fa vedere le cose; il non della pratica, perché
contrastante rispetto allo stato naturale della mente; il non della via,
perché non c'è alcun percorso da compiere. Ma è un 'non-Buddha' che è pur
presente nel 'Buddha'. Buddha e non-Buddha vanno colti insieme,
contemporaneamente: è sempre l'uno e l'altro. L'uno è l'altro. Non è quindi un
'non' anarchico, confusionario; non è qualcosa cui ci si arrivi tramite una
semplice negazione di tutto. Lo svincolarsi della libertà è - potremmo dire -
un'arte raffinata, non è un urlo ribelle. Se il tuo 'non' è una ribellione alla
regola, ad esempio, significa che ne sei ancora schiavo. Il 'non' deve essere un
'non' che non si opponga ad alcunché.