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"Da dove vengono i pensieri?" (Rigdzin Shikpo)

 


"Da dove vengono i pensieri?" (Rigdzin Shikpo)


Abbiamo continuato a leggere dal testo Non rifiutare nulla. Il sentiero buddhista al di là di speranza e paura di Rigdzin Shikpo:

"Da dove vengono i pensieri? Dove sono quando ci appaiono? E dove vanno quando scompaiono?
[...] L'immediata risposta potrebbe essere: «I pensieri vengono dalla mia mente». Non è una buona risposta, perché la 'mia mente' sono soltanto parole e noi non andiamo in cerca di parole. Cerchiamo l'esperienza diretta.
[...] Parliamo in continuazione della 'mia mente' senza avere la più pallida idea di che cosa sia. Dire che i pensieri sono nella mia mente non significa niente. [...]
Nel momento in cui qualcosa sorge nella vostra mente (che si tratti di una canzone pop, di un'emozione, di una sensazione) guardatelo come un'apparizione assolutamente nuova e chiedetevi, senza usare il pensiero concettuale, da dove viene. Guardate direttamente il luogo da dove sorge. Viene da qualche luogo?
[...] La risposta è molto semplice: i pensieri non vengono da un luogo. Quando un pensiero appare nella vostra mente, non viene assolutamente da nessun luogo. Poi, quando scompare, non va da nessuna parte. Non esiste un magazzino mentale e neppure un cimitero degli elefanti dei pensieri, semplicemente scompaiono e cessano di esistere.
[...] Mi piace particolarmente un'immagine presa dalle fiabe. Un cacciatore insegue un cervo bianco che scompare dentro una collina delle fate, lo segue e si trova in un mondo completamente diverso. [...]
Praticare è un po' come cercare di prendere qualcosa osservandone i movimenti. Quando ci perdiamo nei ricordi e li consideriamo reali, ricordiamoci che è un'esperienza presente. Ci concentriamo e proseguiamo con la mentalità del cacciatore, non con l'aspettativa di un lampo di comprensione, ma con il desiderio di afferrare il momento. Se, ad esempio, vogliamo scoprire qualcosa sulla vera natura della rabbia, dobbiamo per prima cosa acchiapparla nel momento cui si presenta.
[...]
Tutti sappiamo che la rabbia causa una sensazione fisica. Questa sensazione fa da intermediario, da ponte, tra la rabbia e la risposta dettata dalla rabbia. Non è facile cogliere questa sensazione fisica appena si presenta. È più probabile che non la notiamo finché non siamo nel mezzo dell'esplosione, o ancora dopo. Spesso passiamo direttamente dalla rabbia alla reazione irata senza accorgerci che è la sensazione che ci spinge all'azione. Se riusciamo a stare con la sensazione senza reagire, possiamo vedere in che modo ci spinge all'azione.
[...] Ma la sensazione di rabbia è la stessa cosa della rabbia stessa? No, c'è un momento in cui siamo arrabbiati ma in cui l'esplosione della sensazione non è ancora avvenuta. L'emozione e la sensazione sembrano la stessa cosa perché identifichiamo completamente questi due aspetti. [...]
Non stiamo affatto dicendo di reprimere la rabbia. Non neghiamo le sensazioni di rabbia né tentiamo di cancellarle perché non vogliamo ammetterne l'esistenza. In questa pratica lasciamo spazio a queste sensazioni, ma senza sfogarle né permettere che ci spingano all'azione.
C'è qualcosa di molto speciale nel cogliere la rabbia nell'attimo in cui si presenta. Vediamo che sono in atto due cose: la pura emozionalità della rabbia e il nostro attaccamento a essa. [...] Il problema sta nel nostro attaccamento alla rabbia e nel fatto che ci lasciamo completamente assorbire da essa. In quel momento siamo così totalmente identificati con la rabbia o l'odio che sembrano essere la nostra stessa vita, e per questo è così difficile lasciarli andare. È quella totale identificazione egocentrica con l'emozione che deve essere recisa" pp. 108-113, 118-119).