da "Lo zen del gatto" (Ludovica Scarpa)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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Da "Lo zen del gatto" (Ludovica Scarpa)


Alcuni brani dal delizioso "Lo zen del gatto" di Ludovica Scarpa, sul suo gatto Zorro:

"Imparare da Zorro significa imparare a stare zitti, a smettere. Fare basta. Far compagnia in silenzio a noi stessi e alla nostra paura. Sono una principiante, e infatti sono ancora qui che scrivo. [...]
Zorro è calmo, sereno, libero e autonomo, non si lamenta, non si preoccupa, non prontola, non si annoia mai. Non manca di rispetto alla realtà. Il suo nome gli sta a pennello: esprime la sua grande sicurezza di sé. [...]
Se mi trova in casa è contento, se non ci sono prosegue sulla sua strada.
Di certo mai gli verrebbe in mente di pensare «la tipa dovrebbe esserci!» quando non mi trova. Non ha questa energia pensatoria in sovrappiù, da sprecare così, pensando a quel che il mondo dovrebbe essere. Non cerca di forzare la realtà dei fatti. [...]
E così eccolo di nuovo qui, bello distribuito sulla poltrona, l'immagine vivente dell'accettazione: della pesantezza del corpo che si allunga e si adagia, fiduciosa. [...]
Non è esatto dire che si distende, si abbandona completamente, fiducioso, al mondo che lo sostiene, amico.
Non come me, che da tipica ex-scimmia voglio sempre qualcosa, tesa dentro, confusa da bisogni e desideri e scopi in contraddizione, in sorda e piccola resistenza quotidiana a quel che semplicemente è come è, e non ne sa niente delle mie preferenze troppo umane, che lo forzano, il povero mondo che non sa come prendermi. Gli manco di rispetto, con violenza intrinseca, cercando per lo più di cambiare qualcosa, di migliorare, di inventare, di mettere in ordine, di fare del mio meglio. Di dominarlo o di essergli simpatica. Di essermi simpatica. [...]
Guardo Zorro. [...] È qui. Non progetta, non desidera, non valuta, non riflette intorno ai propri scopi, non cerca di fare del suo meglio per essere un buon gatto, un compagno saggio, un'ex-tigre illuminata, non insiste. Non si annoia. Non cerca di combattere le cose, né il vuoto che, nel farlo, noi umani vogliamo evitare di sentire, o di riempire con qualcosa che ci pare abbia un senso. Di buoni motivi, di amore, di impegno. Di bellezza. Di saggezza. Di prendersi cura.
Zorro vive l'accettazione, senza volermelo nemmeno spiegare. Rispetta la realtà.
Mi sento in pace, quando c'è: mi fa notare che sono la realtà. [...]
Zorro risponde con eleganza alle richieste della vita. Non della sua vita, della vita.
Che è così. Senza tante storie: far quel che ci sta di fronte di volta in volta, momento per momento [...], che ci si para davanti e vuol essere fatto. Inutile e insensato sprecare tempo e fiato a lamentarcene. Dire che è troppo. [...] Lo facciamo e punto. Stanca di più starci a pensare. Zorro non lo fa" (pp. 9-10, 19, 23, 28).