“Sono separato dalla realtà […]. Questo mi impedisce di rimanere aperto alla totalità di quanto percepisco. […]
Quando mi dico ‘io’ mi sento il centro di tutto. Affermo me stesso. Le cose esistono solo in relazione a me: mi piacciono, non mi piacciono; questo è bene per me, questo è male per me. Sono separato, diviso dal tutto. […] Sono sempre pronto a difendere e sostenere questo io, questo centro di gravità che, in profondità, non è quello che sono davvero. Insieme all’affermazione di questo io c’è qualcosa che non si afferma, che non pretende nulla: qualcosa che è. […]
Per sentire l’autorità di una Presenza sottile, dobbiamo oltrepassare il muro dell’ego, delle reazioni mentali da cui sorge la nozione di ‘io’. […]
Questo io, attorno a cui ruotano pensieri ed emozioni, non può rilassarsi. Vive nella tensione, è nutrito dalla tensione.
Questo io ordinario, l’ego, è sempre preoccupato da cosa piace e cosa non gli piace, in una chiusura perpetua che si irrigidisce. Desidera, combatte, si difende, confronta e giudica continuamente. […] Ed è da questo centro che ‘desidero fare’: cambiare, avere di più, migliorare. Voglio diventare questo, voglio ottenere quello. […] Ma perché ha questo bisogno esagerato di essere qualcosa, di assicurarsi di esserlo, e di esprimerlo continuamente? Ha paura di non essere nulla. L’identificazione, nella sua essenza, non si basa forse sulla paura?
Questo io cerca costantemente di stabilire una permanenza, di trovare sicurezza. Per questo ci identifichiamo con ogni sorta di conoscenze e convinzioni. L’esperienza dell’identificazione è tutto ciò che conosciamo, a cui diamo valore. […] Tuttavia la vera sicurezza […] è possibile solo quando il pensiero è davvero quieto, quando l’azione accumulata dell’ambizione e del desiderio giungono al termine.
Per vedere ciò che è devo riconoscere che il mio stato non può essere permanente. Cambia da un momento all’altro: la mia verità è questo stato di impermanenza. Non devo cercare di evitarlo o di riporre la mia fiducia in una rigidità che solo apparentemente mi è d’aiuto. Devo vivere, sperimentare questo stato di impermanenza e andare avanti a partire da esso. Per questo devo ascoltare. Se tuttavia ascolto solo quello che voglio sentire, non sarò mai libero. Devo ascoltare tutto ciò che appare e per ascoltare davvero non devo opporre resistenza. Questo atto di ascolto, di essere presente, è una vera liberazione. Sono consapevole delle mie reazioni a tutto ciò che accade in me. […] Devo continuare così finché non mi rendo conto che è proprio tutto ciò che conosco a impedirmi di avvicinarmi al reale, all’ignoto. Devo sentire tutto il condizionamento del conosciuto, per liberarmene. Allora la mia ricerca di silenzio, di tranquillità, non sarà una ricerca della sicurezza, ma della libertà di conoscere l’ignoto.
Quando la mente è più libera e veramente tranquilla sorge un senso di insicurezza, ma in essa c’è la sicurezza più completa grazie all’assenza dell’io ordinario. La mente non è più mossa dal desiderio di ‘fare’ dell’io, dalle sue richieste, dalle sue ambizioni […]. In questa tranquillità tutte le risposte, le reazioni e i movimenti di questo io vengono lasciati indietro. La mente è in pace, calmata dalla visione di ciò che è. Si stabilisce un ordine […]. Sento una sorta di rispetto, e improvvisamente capisco che è fiducia. Mi fido di quest’ordine, […] più che di me stesso. Mi affido a esso con tutto il mio essere” (177-180).