"L'esperienza è questo, è qui"
(Bernadette Roberts)
All'inizio della lezione abbiamo letto un brano tratto dal libro di Bernadette
Roberts, L'esperienza del non-sé (Bernadette Roberts è stata per 9 anni
suora carmelitana):
"Imparai
che, in assenza di movimenti, reazioni, risposte dall’interno, vale a dire dal
sé, tutte le esperienze scivolano via come acqua da un sasso. Era come se fossi
diventata un osservatore esterno degli aspetti relativi della vita, a cui
partecipavo attraverso meccanismi condizionati, mentre partecipavo
contemporaneamente all’inesplicabile realtà del fluire della vita, la vita vera.
Sembra che, superato il sé, quando dentro non c’è nulla che risponda o
s’impossessi dell’esperienza per darle un valore o un significato, la relatività
delle nostre esperienze svanisca. Non essendoci nulla rispetto a cui possano
relazionarsi, le esperienze perdono il loro aspetto relativo. È per questa
ragione che, quando non c’è il sé, sembra che non ci siano neppure esperienze:
nessun movimento, emozione, nessuna delle mille risposte di cui il sé è capace.
Da questo momento in poi, tutte le esperienze sono di carattere non-relativo,
nel senso che l’esperienza è questo, è qui, e non c’è nient’altro
al di fuori".
Due precisazioni
linguistiche: Bernadette Roberts usa il termine "sé" per indicare l'io
psicologico, l'ego, il centro delle griglie interpretative, delle valutazioni,
dei giudizi, delle aspettative, ecc. Inoltre, quando ella parla di "relatività"
delle esperienze si riferisce al loro rapportarsi all'ego, al loro essere
filtrate da esso.
Allora, con il tacere dell'io, l'esperienza viene a costituirsi come elemento di
quella "inesplicabile realtà del fluire della vita, la vita vera". Non è più
l'io al comando di controllo, ma si è in questo flusso nel quale non c'è più
dualità, non c'è più un io che esperisce e l'esperienza stessa, ma una compatta
unità in cui l'esperienza si rivela in quell'autentico e originario
presentificarsi del qui e ora.
Abbiamo iniziato con la consapevolezza del respiro.
Poi la camminata.
Poi l'esercizio in piedi, fermi.
Successivamente l'esercizio, da seduti, della consapevolezza "aperta" a 360
gradi.
In seguito ancora la camminata; questa volta però non ci siamo concentrati sulle
sensazioni del piede che poggia, che si alza, che si sposta, ma sulle braccia,
cercando di mantenerle completamente e costantemente libere da tensioni e
contrazioni muscolari superflue. La necessità di un esercizio di questo tipo è
data dal fatto che durante la camminata in consapevolezza, le braccia spesso si
contraggono: attenti alle sensazioni dei piedi che si spostano, attenti a
mantenere la compostezza della camminata, le nostre braccia si bloccano. Ma
ricordiamoci i due aspetti principali che devono essere realizzati nella
camminata: consapevolezza sì, ma anche semplicità, vuotezza. Il corpo deve
"lasciare la presa": nella camminata, ma anche negli altri esercizi. Se non
lascia la presa, si contrae, si irrigidisce. Lasci la presa quando realizzi che
in realtà non hai a che fare con un esercizio vero e proprio: non si tratta di
sforzarsi a fare qualcosa di particolare, ma semplicemente concretizzare questo
stato originario di semplicità, di naturalezza, di vuoto.
Alla fine della lezione abbiamo letto e commentato i versi iniziali dello Shodoka di Yoka Daishi
(clicca qui).