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Alcuni versi di Ramana Maharshi sul Sé

Abbiamo letto un brano tratto dall'Upadesha Saram di Ramana Maharshi:

"17. Se si osserva senza interruzione la natura della mente, si vede che invero la mente non esiste. Questa è per tutti la via diretta.
18. La mente non è che un insieme di pensieri, il primo dei quali, la radice di tutti i pensieri, è il pensiero 'io'. Dunque la mente è solo il pensiero 'io'.
19. Quando si cerca all'interno la fonte da cui proviene questo 'io', esso scompare. Questa è la ricerca del Sé.
20. Dove l''io' scompare, là risplende l'Uno, indiviso e infinito. Questo è il vero Sé".

Naturalmente con Ramana Maharshi siamo in contesto vedanta, quindi induista. E Buddhismo e Induismo sappiamo che non vanno certo d'accordo sul concetto di Sé. Ma se si guardano le cose con più attenzione, si scoprono affinità interessanti. Soprattutto nella tradizione zen spesso si parla di quel Sé originario, di quella Mente autentica, che è in ognuno ed è nascosta dalla nostra mente ordinaria, dall'io psicologico, dalle nostre attese, giudizi, valutazioni, paure, dagli egocentrismi, ecc. Nella meditazione soprattutto si realizza precisamente quello che viene indicato dalle parole di Ramana Maharshi. Si osservano i pensieri, ma alla ricerca del produttore dei pensieri stessi, rimaniamo a mani vuote: ci sfugge sempre. Tuttavia questa situazione, lontana dal condurre a una condizione mentale di frustrazione e insoddisfazione, porta pace, rilassamento, quiete profonda. È il processo, che abbiamo accennato altre volte, del "lasciare la presa". E in questo stato di svuotamento, di deflagrazione concreta (non filosofica, non concettuale) dell'io, ecco, piano, sorgere il Sé.

Abbiamo poi iniziato la pratica. All'inizio anapanasati, poi camminata in meditazione: un giro dividendola nelle 3 parti, un altro nelle 5 parti.
È importante mantenere la centratura anche durante la camminata. Come se il nostro baricentro fosse schiacciato a terra, ma senza alterare la postura eretta e slanciata - tra cielo e terra. Teoricamente la camminata dovrebbe essere una serie di movimenti 'fermi': cioè in ogni suo momento dovrei riuscire a fermarmi, mantenendone la posizione. Un po' come l'esercizio dello stop di Gurdjieff: entrava in una stanza del suo istituto e diceva 'stop!'. Tutti dovevano bloccare il corpo precisamente nella posizione in cui in quell'istante si trovavano e verificare dunque la loro postura, la loro centratura. Un corpo centrato si riverbera in una mente stabile e viceversa.
Poi abbiamo fatto l'esercizio del mantenersi in stato di consapevolezza, 'catalogando' i pensieri che sorgono nella mente: ricordi, fantasticherie, speranze, giudizi, ...
In ultimo un esercizio nuovo: sempre nella solita posizione seduta, abbiamo fissato la consapevolezza sulla nostra schiena. Ci si accorge che essa continua a muoversi anche quando si crede di stare fermi, che il respiro incide sulla sua posizione, si entra in un contatto più profondo con la parte superiore del nostro corpo. Anche in questo esercizio vale la solita regola: più è intensa e prolungata la consapevolezza, più la schiena tende a stabilizzarsi, a fermarsi, mantenendosi però lontana dall'irrigidimento.

Durante la lezione abbiamo anche ricordato una famosa storia zen dedicata alla mente inquieta (clicca qui).

 

 

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