Una poesia di Giovanni Taulero
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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Una poesia di Giovanni Taulero

Giovanni Taulero è un mistico medievale del 1300, di cui abbiamo innumerevoli prediche, trattati vari, lettere, poesie e altro ancora.
Abbiamo letto all'inizio della lezione una sua poesia:

"Un altro piccolo cantico sentito così da chi l'ha composto

Il mio spirito è andato errando
in un silenzio solitario
dove non ci sono né parole né modi.
Mi ha circondato un Essere
in cui non c'è alcuna meraviglia.
Il mio spirito è andato errando.
La ragione non può raggiungere ciò,
è al di sopra di ogni senso.
Ed io voglio lasciarne la ricerca.
Il mio spirito è andato errando.
Per un momento immergiti nel fondo,
la beatitudine increata ti sarà palese.
Separati dal nulla,
tu troverai il nulla
che la lingua nega
e resta tuttavia qualcosa.
Ciò comprende solo lo spirito
che non si cura di alcun profitto".

Ci sono diversi elementi di vicinanza con la pratica meditativa.
Lo spirito è andato errando. Cioè va lasciato libero, distaccato dall'atteggiamento di ricerca, di brama, di desiderio; non più incatenato al suo meccanismo di profitto (vedi l'ultimo verso): solo in una pratica dis-interessata si compie la realizzazione. Inoltre: lo stato raggiunto è senza modi: non ci sono parole per descriverlo, non solo perché è indicibile; bensì perché è svuotato di tutto. Cosa c'è da dire? Cosa c'è di cui parlare? È un tipo di consapevolezza "in cui non c'è alcuna meraviglia". Nulla di strano: la mente è naturale.
In ultimo: quello che abbiamo chiamato più volte 'lasciare la presa'. Taulero scrive: "Voglio lasciarne la ricerca". Finché cerchi, sei in uno stato di accattonaggio: non è uno stato da cercare, da perseguire, ma da realizzare, in cui entrare. Non è un oggetto: piuttosto pura attenzione.
Dopo abbiamo iniziato con l'anapanasati, poi con la meditazione in camminata e in ultimo con l'esercizio di consapevolezza limitato alle mani appoggiate sulle gambe.
Alla conclusione della lezione dovevamo cominciare a parlare un po' di zen. Ma quale altro modo migliore che iniziare dal non dire niente? A volte nei testi zen si legge del 'nobile silenzio'. Abbiamo anche ricordato quell'anedotto zen, nel quale un grande e venerato maestro viene chiamato in un monastero per tenere una conferenza sul significato dello zen. Il maestro entra nella sala, si siede nella suntuosa sedia che era stata preparata per la speciale occasione, vede di fronte a sè gli innumerevoli monaci seduti in attesa delle sue parole. Poi... un attimo di silenzio, chiude gli occhi, li riapre. E dice: "Grazie per l'attenzione. Arrivederci!". Ecco: la prima cosa da abbandonare è la volontà egotistica di ricerca, di mendicare informazioni qua e là. Non bisogna riempirsi: è l'esatto contrario. Svuotarsi.