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Da Un uomo che dorme di Georges Perec - 2

 


Da Un uomo che dorme di Georges Perec - 2


Altri brani tratti dal romanzo di Georges Perec, Un uomo che dorme:

"La dimenticanza si infiltra nella tua memoria. Niente è accaduto. Niente accadrà più.
[...]
Uccelli emettono il loro verso, cinguettii, trilli, rochi richiami. Gli alberi d’alto fusto stormiscono al vento. La natura è lì davanti a te, invitante e amorevole. Mastichi e subito risputi fili d’erba: il paesaggio t’ispira il giusto, la pace dei campi non ti commuove, il silenzio della campagna non ti snerva né ti placa. Soltanto un insetto, una pietra, una foglia caduta o un albero talvolta ti incantano; a volte stai delle ore a guardare un albero, a descriverlo e a sezionarlo: le radici, il tronco, i rami, le foglie, ogni foglia, ogni nervatura, e ancora ogni ramo, il gioco infinito delle forme più varie che il tuo avido sguardo suscita o elemosina; viso, città, dedalo, sentiero, oppure cavalcate e blasoni. Man mano che la tua percezione si affina, diventa più duttile e paziente, l’albero esplode per poi rinascere con mille sfumature di verde, mille foglie identiche eppure differenti. Hai come l’impressione che potresti rimanere tutta la vita davanti a un albero senza poterlo esaurire, senza poterlo capire, dato che non c’è niente da capire, c’è soltanto da guardare: in fin dei conto tutto ciò che puoi dire di quest’albero è che è un albero; tutto ciò che quest’albero può dirti è che è un albero: radice, tronco, rami, foglie. Da lui non puoi aspettarti nessun’altra verità. L’albero non ha nessuna morale da proporti, nessun messaggio da consegnarti. La sua forza, la sua maestà, la sua vita – se davvero speri ancora di trarre un senso, un po’ di coraggio da queste antiche metafore – non sono altro, in definitiva, che immagini e titoli di merito, vani quanto la pace dei campi, la perfidia dell’acqua cheta, l’ardire dei piccoli sentieri che non salgono troppo in alto ma lo fanno in solitudine, i ridenti declivi collinari dove i grappoli maturano al sole.

Per questo l’albero ti incanta, ti stupisce o riappacifica, per questa inattesa e inimmaginabile evidenza della sua corteccia, dei suoi rami e delle sue foglie. E forse è per questo che non vai mai a passeggio con un cane, perché il cane ti guarda, ti supplica, ti parla. Con quelle sue occhiate umide di riconoscenza, la sua aria da cane bastonato, i salti da cane festoso, ti obbliga continuamente a conferirgli l’ignobile statuto di animale domestico. Non puoi rimanere neutro di fronte a un cane, non più di quanto lo puoi rimanere di fronte a un uomo. Con l’albero, invece, non avrai mai nessun dialogo. Non puoi vivere di fronte a un cane perché il cane, in ogni momento, ti chiederà di farlo vivere, di nutrirlo e accarezzarlo, di essere cioè un uomo proprio per lui, di essere il suo padrone, il dio che tuonando il suo nome lo fa subito accucciare. L’albero, invece, non ti chiede niente. Puoi essere il Dio dei cani, il Dio dei gatti, il Dio dei poveri, e per questo ti bastano un guinzaglio, un brandello di polmone, qualche spicciolo, ma non potrai mai essere padrone dell’albero. Potrai solo, a tua volta, voler essere albero.
[...]
Non ascolterai più i buoni consigli. Non chiederai più un rimedio. Passerai oltre, guarderai gli alberi, l’acqua, le pietre, il cielo, il tuo viso, le nuvole, i soffitti, il vuoto.

Resti vicino all’albero. E non chiedi nemmeno al rumore del vento tra le foglie di farsi oracolo".