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Da Un uomo che dorme di Georges Perec - 1

 


Da Un uomo che dorme di Georges Perec - 1


Alcuni brani tratti dal romanzo di Georges Perec, Un uomo che dorme:

"Sei un pigro, un sonnambulo, un’ostrica. Le definizioni variano a seconda delle ore e dei giorni, ma il senso resta sempre più o meno lo stesso: non ti senti fatto per vivere, agire, lavorare; vuoi soltanto durare, vuoi soltanto aspettare e dimenticare.
La vita moderna, generalmente, non è che apprezzi molto atteggiamenti di tal fatta: intorno a te, da sempre, hai visto privilegiare l’azione, i grandi progetti, l’entusiasmo: l’uomo proteso in avanti, l’uomo con lo sguardo fisso all’orizzonte, l’uomo che guarda dritto davanti a sé. Sguardo limpido, mento volitivo, andatura sicura, pancia in dentro. Tenacia, iniziativa, gesta clamorose e trionfi tracciano il cammino troppo limpido di una vita troppo esemplare, disegnando le immagini sacrosante della lotta per la vita. Le pietose menzogne che cullano i sogni di quelli che si sono impantanati e girano a vuoto, le illusioni smarrite dei milioni di reietti, quelli che sono arrivati troppo tardi, quelli che hanno poggiato la valigia sul marciapiede e ci si sono seduti sopra ad asciugarsi la fronte. Ma tu non hai più bisogno di scuse, né di rimpianti, né di nostalgie. Tu non respingi niente, non rifiuti niente. Tu hai smesso la marcia in avanti, ma già da prima avevi smesso di andare avanti, ora non ti rimetti in moto semplicemente perché sei arrivato a destinazione, e non vedi proprio cosa ci andresti a fare più avanti [...]. Non hai bisogno di parlare, né di volere. Non fai che seguire il flusso che va e viene.
[...] Questo nello specchio incrinato non è il tuo nuovo volto, sono le maschere a essere cadute [...]. Le maschere della retta via e delle magnifiche certezze. In questi venticinque anni non hai mai visto niente di ciò che oggi è già l’inesorabile? Non hai mai notato le falle, in quel surrettizio brano di storia che ti rappresenta? I tempi morti, i passaggi a vuoto. Il cocente e fuggevole desiderio di non più voler sentire, di non più voler vedere, di restartene immobile e silenzioso. I sogni insensati di solitudine. Smemorato ramingo nel Paese dei Ciechi: vie ampie e deserte, luci fredde, facce mute su cui scivolerebbe il tuo sguardo. Non saresti colpito.
Come se sotto la tua storia tranquilla e rassicurante di bravo ragazzo, scolaro diligente, leale compagno di scuola, sotto tutti quei segni evidenti, anche troppo, di crescita e maturazione – le tacche tracciate a matita sulla cornice della porta del gabinetto, i diplomi, i pantaloni lunghi, le prime sigarette, il bruciore della rasatura, l’alcol, la chiave sotto lo zerbino per le uscite del sabato sera, lo sverginamento, il battesimo dell’aria, il battesimo del fuoco – corresse da sempre un altro filo, sempre presente e sempre tenuto a distanza, che adesso tesse la trama famigliare di questa vita ritrovata, il vuoto scenario della tua vita disertata, ricordi risuscitati, immagini in filigrana di questa verità svelata, di questa dimissione così a lungo sospesa, di questa vocazione alla calma, immagini inerti e sfumate, fotografie sovraesposte, quasi bianche, quasi morte, come già fossilizzate: una strada di provincia, persiane sprangate, ombre plumbee, mosche che ronzano in un locale militare, un salotto rivestito di fodere grigie, pulviscolo sospeso in un raggio di luce, campagne brulle, cimiteri domenicali, gite in automobile".