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"La via dell'investigazione" (Corrado Pensa)

 


"La via dell'investigazione" (Corrado Pensa)


Abbiamo continuato a leggere dal libro di Corrado Pensa, L'intelligenza spirituale:

L’attenzione comunemente intesa fa parte del gruppo di qualità che sono comuni a ogni atto di coscienza […]. Un semplice momento di attenzione può non essere sati, ma semplicemente il presupposto di sati. Ad esempio, una cosa è quel minimo di attenzione che ci occorre per percepire che siamo impazienti, altra cosa è esercitare sati, ovvero la consapevolezza, sulla nostra impazienza.
Nel primo caso (semplice percezione) probabilmente non succederà nulla, nel secondo caso noi vedremo la sofferenza e la tossicità dell’impazienza, vedremo il suo carattere continuamente cangiante e dipendente da cause e condizioni e vedremo, infine, la mancanza di quella solidità che tendiamo a imputarle. E di conseguenza il potere dell’impazienza su di noi diminuisce. In questo esempio, in realtà, siamo entrati anche nella fase dell’investigazione. L’investigazione, infatti, tipicamente coglie i tre ‘segni’ fondamentali dell’esistenza: dukkha, anicca, anattā, ovvero dolorosità, impermanenza, impersonalità. Questa facilità a scivolare, per dir così, da sati nell’investigazione è dovuta al fatto che sati e investigazione non sono due qualità nettamente distinte. [...]
Un fulcro importante dell’investigazione sono i ‘tre segni’ dell’esistenza [(dukkha, anicca, anattā)]. Non si tratta di riflettere su impermanenza, dolorosità, impersonalità [...]. Si tratta, piuttosto, di lasciare che essi si rivelino, in virtù, appunto, dell’osservazione sostenuta.
[...] Ora cominciare a vedere i tre segni nelle cose significa vedere in modo completamente diverso dall’usato. Possiamo dire che si tratta [...] di una realizzazione del non attaccamento, che è, appunto, il fine dell’investigazione. Infatti non potremo più rapportarci con le cose alla maniera abituale (ossia colorata dai kilesa [= inquinanti mentali]) [...].
Dunque dall’investigazione alla comprensione pienamente fiorita e dalla comprensione al lasciare andare l’attaccamento, l’avversione e la visione distorta.
[...] La via dell’investigazione può essere chiamata anche la via della differenziazione. [...] La sensazione dolorosa e la mente non sono la stessa cosa. Ma noi ci comportiamo come se lo fossero. Ma perché – ci domandiamo – non sono la stessa cosa? Perché la mente c’era di già quando è arrivato il dolore e la mente è tuttora là quando il dolore se ne va, sicché si tratta di due dimensioni diverse. Ma noi le conglomeriamo in una cosa sola. [...] La sensazione dolorosa è la sensazione dolorosa e la mente, che consapevole [...] del dolore, è la mente.
Ora questo modo differenziato e più ragionevole di guardare tende a dissolvere l’identificazione col dolore. Favorisce una visione secondo mutevolezza e impersonalità invece che secondo una maniera identificata e personalistica. Il dolore, se non è superficiale, resta, sì, ma è come se fosse intessuto di spazio e di vuoto. [...]
Un altro modo di esprimersi è questo, che durante tale processo di investigazione che differenzia le varie parti (invece di permettere l’abituale indebita confusione), che non giudica, che non si identifica, durante, dico, questo processo gli inquinanti mentali non soltanto non sono operanti ma, essendo ripetutamente colti nella loro dannosità e tossicità, cominciano a esser messi profondamente in questione.
E ancora [...] possiamo dire che [...] noi stiamo incontrando e sperimentando direttamente e veramente il dolore invece di arenarci, come al solito, in un nodo di reazioni e pensieri circa il dolore.
Scopriamo così che questo modo reattivo mentale egoico è molto più doloroso [...] del dolore in quanto fenomeno naturale [...]. E a mano a mano che procede questa investigazione [...] la pace brilla sempre di più, anche dentro lo stesso dolore” (pp. 123-130).