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"L'accettazione è la più alta forma di amore" (Corrado Pensa)

 


"L'accettazione è la più alta forma di amore" (Corrado Pensa)


Abbiamo continuato a leggere dal libro di Corrado Pensa, L'intelligenza spirituale:

"L'accettazione sviluppata nel cammino interiore significa molto di più rispetto a quanto è abitualmente suggerito dalla parola 'accettare'. Siamo infatti davanti a una salubre mescolanza di presenza mentale, tranquillo coraggio e capacità di tenerezza. L'accettazione è l'opposto di resistere, di chiudersi nella contrazione egoica; [...] l'accettazione è fondata sul coraggio di non chiudersi, di non indurirsi, di non resistere. E dunque l'accettazione [...] è basata sul rifiuto (sulla non-accettazione!) della vita chiusa, nel segno della negatività e della separazione: "[...] L'accettazione è la più alta forma di amore. È il sì definitivo all'esperienza sacra della vita" (Dungpa Rimpoce). Perciò l'accettazione [...] è un aspetto intrinseco della consapevolezza. Non a caso l'aggettivo più frequente per definire la consapevolezza è 'non giudicante', ossia accettante. Dunque, vera consapevolezza di ciò che è, delle cose così come sono, significa aprirsi alla realtà, ossia accettare. [...] È solo aprendoci e accettando che comprendiamo meglio le cose: il movimento dell'accettazione è condizione indispensabile per capire. Ma quando si discorre di accettazione è opportuno soffermarsi su quella cruciale scoperta che la maggior parte dei meditanti prima o poi è destinata a compiere: la scoperta di una mancanza più o meno vistosa di autoaccettazione.
[...]
La consapevolezza è non concettuale. [...] La consapevolezza in quanto specchio, è puro guardare. Non è pensare, confrontare, etichettare, concettualizzare. È nuda attenzione. [...]
Dunque la consapevolezza non opera attraverso parole, simboli, immagini, concetti. È 'qualcosa' che viene prima delle parole e del linguaggio. Facciamo un esempio. Se io, cercando di praticare la consapevolezza in uno stato di irritazione, finisco col dare parole alla mia percezione della situazione e mi dico «io sono arrabbiato per questa e quella ragione», questa è già un'interpretazione, una concettualizzazione abbastanza articolata, e può ben essere che colga nel segno. Il problema è che la concettualizzazione finisce con l'essere uno schermo nei riguardi dell'esperienza diretta e immediata della rabbia. Facciamo un passo ulteriore e pratichiamo aiutandoci solo dicendo 'rabbia'. Questo è un avanzamento verso la nuda consapevolezza. Tuttavia 'rabbia' è ancora un concetto, un'idea, una definizione, una casella. [...] È possibile compiere un altro passo ancora? Sì, e consiste nel non ricorrere nemmeno a quel minimo di concettualizzazione rappresentato dalla parola 'rabbia'. Ossia: entrare completamente nelle sensazioni fisiche e mentali che sorgono durante la rabbia, momento per momento, senza alcuna verbalizzazione. Sentiremo avvicendarsi tensione qui, pensiero x, contrazione lì, immagine y e via di seguito, senza mai inscatolare e solidificare questo processo rapido e fluido nel concetto fisso di 'rabbia'. [...]
Praticare la consapevolezza significa realizzare sempre più a fondo la consapevolezza, che è un sapere immediato e non concettuale e dunque non egoico. Quindi dirsi: «Io sono consapevole che io sono arrabbiato», pur se utile come primissimo passo verso la consapevolezza, non è consapevolezza. Invece [...] si quando siamo consapevoli aiutandoci con la sola parola 'rabbia', sia quando riusciamo ad attuare una consapevolezza pienamente non verbale, il concetto di io non c'è più. Fin quando c'era, si separava dalla piena esperienza di ciò che stava accadendo; che è quanto dire che ci separava dalla piena consapevolezza. Infatti, coniugando incessantemente la prima persona rafforziamo e solidifichiamo, assolutizzandolo, quello che è solo un concetto relativo e funzionale, quello di 'io'.
Al contrario, se pratichiamo secondo un modo che sia sempre più impersonale, non concettuale, non verbale, saremo via via [...] più fluidi; sentendoci molto più in contatto con la realtà, che è appunto fluida e cangiante. Insomma invece di un dualismo, fatto in sostanza di un concetto-soggetto (io) da una parte e di concetti-oggetti dall'altra, ora abbiamo qualcosa di più unitario: il campo della consapevolezza dentro il quale 'succede' una realtà sempre meno irrigidita in concetti" (pp. 24-25, 38-40).