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"Un primo germoglio di equanimità" (Corrado Pensa)

 


"Un primo germoglio di equanimità" (Corrado Pensa)


Cominciamo oggi a leggere alcuni brani da un testo di Corrado Pensa, dal titolo L'intelligenza spirituale:

"Nel Dharma [=l'insegnamento del Buddha] è il lavoro sulle emozioni che ha un posto centrale e non già la ricerca delle emozioni. Tale lavoro significa soprattutto il lavoro di contemplazione-comprensione della nostra tendenza profonda a identificarci con le emozioni. [...]
Alcune emozioni come, ad esempio, la benevolenza, la compassione, la gioia altruistica, sono oggetto specifico di coltivazione meditativa e sono indicate come emozioni benefiche, positive, mature. [...]
Nel Dharma si attribuisce grande valore alla pace interiore, sia come presupposto della saggezza discernente, sia come nucleo fondante delle emozioni positive, sia, infine, come stato di profondo equilibrio naturale realmente appagante, diversamente dall'altalena dell'emotività.
[...] Quella felicità tipicamente stabile che accompagna un'alta maturazione interiore o liberazione, non è considerata un'emozione, sia perché stabile, sia perché fondata non già sull'io-mio, come è caratteristico delle emozioni, bensì, piuttosto, sul trascendimento dell'io-mio. [...]
È sempre la consapevolezza paziente quella che ci mette in grado di scorgere certi ingannevoli e frequenti 'doppi fondi' nel lavoro sulle emozioni.
Per esempio: può darsi che nel lavorare di consapevolezza su una tale paura non ci avvediamo che tra noi e la paura c'è un forte desiderio di sbarazzarci della paura. [...] Similmente, se intendiamo lavorare a una nostra rabbia: se non collochiamo pazientemente nel raggio della consapevolezza anzitutto il nostro eventuale disappunto per il fatto di essere in preda all'ira, sarà organicamente impossibile entrare in contatto vero con la rabbia. Prima, infatti, sarà necessario 'intaccare' il disappunto per la rabbia, disappunto che è una sorta di guina, di intercapedine rispetto alla rabbia.
[...] Addestrandoci a cogliere le minuscole frustrazioni, le modeste paure, le piccole eccitazioni di ogni giorno, prima o poi noteremo di avere meno paura della paura, meno attaccamento per stati emotivi piacevoli e meno avversione per quelli spiacevoli. [...] Questa piccola decontrazione [...] è un primo germoglio di equanimità, ossia di pace vera. [...]
Al cuore dell'identificazione con un'emozione, c'è il credere in modo cieco e totale a quell'emozione e a tutti i vari pensieri che sorgono alimentati da essa.
È questo credere compatto che potenzia e solidifica le emozioni. Solidità e fissità sono il contrario della visione secondo anattā, ossia della visione della realtà secondo trasparenza e fluidità. In proposito, mi sembra che il fondamentale concetto buddhista di papañca o proliferazione mentale includa necessariamente l'identificazione-credenza: senza identificazione saremmo di fronte a uno zampillare di immagini e parole mentali più simile a un gioco che a un problema. Dunque, qui praticare è cogliere, toccare questo credere automatico, questo abitudinario movimento di adesione alle frasi che la mente pronuncia in preda a questa o quella emozione. [...]
L'importante è capire ogni volta un po' meglio che, se è in atto un'osservazione chiara e ferma, non c'è posto per il moto dell'identificazione-credenza, che poi non è altro che il moto dell'attaccamento. Cosicché, per esempio, nella nostra consapevolezza della paura ci sarà paura, ma ci sarà anche lo spazio e una qualche misura di pace, ossia quel germoglio di equanimità che continua a crescere. Sarà allora più possibile cogliere la natura vuota e impermanente della paura, il suo carattere di processo impersonale" (pp. 20-24).