Il giovedì di questa settimana abbiamo letto il seguente brano tratto da un
discorso del Buddha:
"È stato detto, quindi: 'A causa della protezione, ecco
nascere molti tristi e nefasti fenomeni quali l'armarsi di mazza e spada, la
lite, il dissidio, la discussione, il conflitto, la calunnia, la menzogna'. E
questo, o Ananda, il fatto cioè che a causa della protezione nascano molti
tristi e nefasti fenomeni quali l'armarsi di mazza e spada, la lite, il
dissidio, la discussione, il conflitto, la calunnia, la menzogna, dev'essere
inteso nel modo seguente.
Se non vi fosse protezione alcuna, o Ananda, per nessuno, assolutamente ed in
nessun luogo, allora, non essendoci più protezione alcuna, a causa appunto di
questa estinzione della protezione potrebbero mai nascere l'armarsi di mazza e
spada, la lite, il dissidio, la discussione, il conflitto, la calunnia, la
menzogna?".
"No certo, signore".
"Perciò, o Ananda, questa e non altro è la causa della nascita di molti tristi e
nefasti fenomeni quali l'armarsi di mazza e spada, la lite, il dissidio, la
discussione, il conflitto, la calunnia, la menzogna, questo è il fondamento,
l'origine, il presupposto, cioè a dire la protezione" (Mahanidanasuttanta,
10).
Potremmo chiamarlo pacifismo del Buddha. La tendenza alla
protezione causa un atteggiamento di contrazione, di sguardo malizioso sul
mondo: è un seme per l'astiosità. Mi proteggo, alzo la guardia e così affronto
il mondo, compreso me stesso. Il filtro della preoccupazione a proteggersi
modifica la mia percezione, macchia quel vuoto interiore che è l'unico specchio
valido che ci permetta di avere un contatto diretto e profondo con la realtà. La
protezione è un'aggiunta che si oppone allo stato naturale, semplice, disarmato
di una mente lucida e consapevole. È un agire affettato, sempre pronto a
valutare le seconde intenzioni.
Invece: disarmo, abbassamento della guardia, apertura della mano chiusa,
svuotamento, rilassamento. Lasciare la presa. Ecco la realtà sempre presente: me
stesso e il mondo, me stesso nel mondo.
Ovviamente tutto questo ha una sua ricaduta anche nella pratica meditativa.
Spesso si inizia a meditare cercando una forma di protezione: dagli altri, dalle
nostre tensioni, dal mondo visto come sede del male, ecc. Una pratica più matura
invece si affranca da questo approccio, che nasconde un atteggiamento mentale
ancora astioso, avverso, rancoroso e di inimicizia, per sposare invece un
orientamento più abbandonante e rasserenante.
Abbiamo iniziato con la consapevolezza del respiro.
Poi la camminata.
Successivamente, da seduti, la consapevolezza dei micro-movimenti del corpo.
Infine: zazen.
A conclusione della lezione del lunedì
abbiamo letto e commentato un altro brano tratto dal Denkoroku (clicca
qui).