"Nulla di straordinario" (Colette Nys-Mazure)
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"Nulla di straordinario" (Colette Nys-Mazure)


Continuiamo a leggere brani tratti da Celebrazione del quotidiano di Colette Nys-Mazure:

"Difficile parlare di quello che ci sta a cuore, di quello che ci tocca da così vicino che, col naso sopra, non riusciamo più a vederlo! La polvere di eventi che formano la trama di un giorno come tanti, quegli oggetti familiari su cui si posano le mani, gli occhi; quei gesti abituali, quasi meccanici, i paesaggi alle finestre, tutta la trama semplice e certa del quotidiano. Celebrarlo, farne un elogio vibrante [...].
Accoglienza e rifugio, per sé anzitutto. Nei momenti di tristezza e nell'avvilimento, quale conforto senza enfasi lasciano filtrare i gesti domestici! Lavare l'insalata, sbattere le uova, sbucciare le mele per la composta, tagliare le cipolle e farle dorare. Il cuore può essere così gonfio da scoppiare, la testa pesante, la gola stretta, ma le mani esperte si danno da fare, sciacquano, sbucciano, impastano, tagliano e dispongono, coinvolgendo l'intera persona nel loro movimento, dopo averla strappata alla paralisi tremenda dell'infelicità, all'inerzia. Fare qualcosa, una cosa, fosse anche la più banale [...].
Lo sguardo si rasserena, suo malgrado, malgrado se stessi; una sorta di calore, di tacita soddisfazione, sale dalle rigovernate stoviglie, dal lavello brillante, dalla tavola apparecchiata. Un equilibrio si profila o si ristabilisce.
Gli smarrimenti possono ancorarsi in questo sereno rituale, trovare la consolazione degli oggetti familiari. La tazza sposa la mano disorientata, la crosta di pane gratta la guancia che vi si appoggia, le arance risplendono [...]. Le cose ci lasciano meno facilmente degli esseri, restano [...].
L'avete intuito, nulla di straordinario, dunque. [...]
Obietterete: facile amare il quotidiano quando è solo una sosta tra sequenze di vita movimentata; che cosa fareste se la vostra vita fosse monotona, monocorde, riempita di nulla? Forse non esistono cose piccine, soltanto cose vissute meschinamente.
Sento le voci ironiche, eppure mi ostino. Tra venti e maree, sento proclamare che il giorno per il giorno, il quotidiano più quotidiano, il pane, così come il mattino, la cucina e la tromba delle scale, la strada familiare e il passaggio del postino meritano riconoscenza: riconoscerli e dir loro grazie. È forse più nobile appassionarsi, con le mediazione di uno schermo, ai problemi del mondo, piuttosto che alla vita di tutti i giorni, sotto il tetto di una casa? Tutta presa dalla deplorazione dei guai dell'universo, non rischio di trattare duramente il bambino accanto a me che succhia la matita, di trascurare il suo problema? [...]
Non sono la ripetizione dei gesti e delle parole, l'allucinante successione delle stagioni a logorarci, ma la nostra assenza lungo il cammino, la mancata presenza al miracolo continuo. Bisogna forse essersi sentiti smarriti, a causa di una guerra, di una catastrofe pubblica o privata, di una malattia, d'un esilio, bisogna forse esser stati svezzati dal nutrimento quotidiano, da questo accordo, per capirne il valore? Sarà questione di natura, di propensione innata per la felicità l'essere qui, ora, il non sprecare nulla?" (pp. 27-34).