Non concentrare la mente
la meditazione come via
vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

gli esercizi

testi

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 




Non concentrare la mente

Una volta il maestro Tōrei stava parlando dell’insegnamento buddhista a Saga, un paese sulla montagne di Kyoto. Si era in pieno inverno e faceva così freddo che tutti gli ascoltatori tremavano.
Tōrei tuonò: «Quelli di voi che si fanno spaventare dal freddo dovrebbero tornarsene alla vita mondana subito! Come potete imparare lo Zen? Perché non lo cercate nei vostri cuori? I pesci vivono nell’acqua, ma non sanno che c’è l’acqua; gli uomini vivono nella sublime verità, ma non conoscono la verità».
Tra gli ascoltatori si trovava Nakazawa Dōni: udendo queste parole del maestro Tōrei, ottenne all’improvviso l’illuminazione. Più tardi spiegò: «L’insegnamento consiste nel non concentrare la mente sulle cose esterne». E aggiunse: «Ecco che cosa significa raggiungere la buddhità nel nostro stesso corpo».

Il problema non è tanto l'avere freddo o meno. La storia ci racconta che si era in inverno e che faceva tanto freddo. E allora? La questione non risiede nel fatto che gli ascoltatori tremino. C'è freddo, magari sei coperto poco e allora tremi. Cosa c'è di male? Nulla: anzi, il tutto è del tutto naturale.
Solo che
Tōrei capisce che c'è chi, tra i monaci che lo ascoltano, 'teme' il freddo. Se temi, sei ostruito, sei succube, sei ostaggio di questo o di quello, di una situazione o di un'altra, eventualmente anche di un clima. Lo stato di timore, chiude, minaccia la condizione di disponibilità, di apertura. E infatti Tōrei dice: è impossibile che voi impariate lo zen se siete in preda al timore nei confronti del freddo. È come nella storiella di quello che va a un concerto e si rovina tutto l'ascolto dubitando di non aver chiuso a chiave l'auto! Soprattutto lo stato di timore è indice spesso di una non-accettazione, di un non riconoscimento della realtà, di una mancata aderenza ad essa. Quando è caldo, hai caldo; quando è freddo, hai freddo: cosa c'è di strano in questo? per quale motivo esserne turbati? Se uno scivola in una questione così banale...
Temere il freddo è la conseguenza di un certo uso della mente. Temere il freddo è fermare la mente su un aspetto della realtà, bloccarla, crocifiggerla: concentrarla. È del tutto naturale un coinvolgimento della mente nella realtà, è vitale un interscambio tra mente e realtà; ma se concentri la mente, se la fissi in qualche dimensione della multiforme e mutevole realtà, allora la opprimi, la releghi a un vicolo cieco, le chiudi ogni via. Non la fai pascolare nello spazio sconfinato della verità. Se suona il telefono, vado a rispondere: agisco in modo confacente a uno stimolo esterno, alla realtà che mi si presentifica. Ma se non suona nessun telefono e la mia mente è in attesa bramosa dello squillo, allora la mia mente è fissata, è costretta e fuori da ogni disponibilità rispetto alla realtà: sono lì in attesa, mi passi vicino e mi chiedi che ora è e io ti mando a quel paese! Capito? Quindi la questione è essere a contatto con le cose esterne, vederle, riconoscerle, rimanere in uno stato di quieta e benevolente apertura verso di esse; se ci riesco, riesco anche ad essere libero; altrimenti ne divengo ostaggio.
Concentrare la mente su questo o su quello denota anche un particolare approccio alla realtà, che è quello di ricerca, di aspettativa, dualistico per eccellenza. Concentro la mente su questa cosa, rifuggendo qualcos'altro; temo il freddo, rincorrendo il caldo; ecc. Divido la realtà in ciò che mi piace e ciò che non gradisco. Divento un servo della contingenza, invece che un liberato in essa. È qui il senso della metafora dei pesci nell'acqua. Se ritenessi che sia auspicabile 'conoscere la verità', la dovrei intendere come un oggetto, come qualcosa da qualche parte, da scovare e di cui appropriarsi. Sarei come un pesce in cerca di acqua. Un assurdo! Ma la questione non è cercare: piuttosto è accorgersi, è vedere. Non è voltare la testa, ma aprire gli occhi. Le grandi esperienze non provengono da un processo conoscitivo, ma partecipativo, unitivo, disidentificativo, ecc.: l'amore, una bella poesia, la natura, un quadro, ... È così che vivo la verità, è così che sono immerso in questo flusso indefinito, senza inizio e senza termine, mutevole e amorevole, silenzioso e sinfonico.