Il buddhismo (Nietzsche)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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Il buddhismo (Nietzsche)


Il giovedì di questa settimana abbiamo continuato a leggere brani dalle opere di Nietzsche:

“Il buddhismo [...] incarna l’eredità di una maniera oggettiva e ardita nel porre problemi [...]. Il buddhismo è la sola religione veramente positivistica che ci mostri la storia [...], esso non dice più «lotta contro il peccato», bensì, dando completamente ragione alla realtà, «lotta contro il dolore». [...] Esso ha già dietro di sé l’autoimpostura dei concetti morali – esso sta, parlando nella mia lingua al di là del bene e del male. [...] Depressione: contro di essa Buddha [...] mette in pratica la vita all’aperto, la vita errante; la moderazione e la scelta nei cibi; la cautela verso tutti gli alcolici; e similmente la cautela verso gli affetti che producono la bile e infiammano il sangue; nessuna preoccupazione né per sé, né per gli altri. Egli esige rappresentazioni che diano quiete oppure rasserenino – escogita mezzi per disabituarsi dalle altre. Concepisce la bontà, l’essere buoni, come un incremento positivo per la salute. La preghiera è esclusa, così come l’ascesi; nessun imperativo categorico, nessuna costrizione in genere [...] Egli non richiede alcuna lotta contro coloro che pensano diversamente; ciò da cui maggiormente si difende la sua dottrina, è il sentimento della vendetta, dell’avversione, del ressentiment (- «l’inimicizia non ha termine coll’inimicizia»; è questo il toccante ritornello dell’intero buddhismo...). [...]
Un clima molto mite, una grande pacatezza e liberalità di costumi, nessun militarismo sono i presupposti del buddhismo [...]. Si vuole come meta suprema la serenità, la quiete, l’assenza di desideri, e si raggiunge questa meta” (da L’anticristo, nn. 20-21).

Il Buddhismo è veramente positivistico, nel senso che guarda alla realtà delle cose, non aggiungendovi alcunché. L'idea di peccato è un concetto, un principio che si inserisce all'interno di un panorama morale religioso di un certo tipo; la realtà del dolore invece è qualcosa di esistente al di là delle concettualizzazioni. Il Buddhismo guarda al mondo nella sua nudità, ancor prima delle etichette che vi poniamo sopra, modificandolo, sezionandolo, definendolo: buono/cattivo, giusto/sbagliato. I concetti morali sono successivi alla realtà in quanto tale, la quale è al di là di bene e male.
La bontà quindi, nel buddhismo, non è semplicemente una prassi morale, ma una pratica di buona salute interiore personale. La bontà è la mancanza di avversione, è mitezza e quiete.

È stata una lezione particolare. Qualche domanda iniziale ci ha condotti a parlare di alcuni maestri spirituali, soprattutto di René Guénon ed Elémire Zolla.
Non si è dunque meditato, ma tutto è pratica.

A conclusione della lezione del lunedì abbiamo continuato a leggere qualcosa dalle opere attribuite a Bodhidharma (clicca qui).