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Equanimità (Les Murray)

 


Equanimità (Les Murray)


 

Nidi d’oro frantumato nelle querce setose,
tutoli e croste dello stesso, il loro tesoro;
le aperte immensità violette degli iacaranda
riflesse sui prati all’inglese,
soppesate dagli spruzzatori; uccelli, solitari o a stormi,
zampettano per il quartiere, mangiando, come fan loro,
al dettaglio, e pagando in pillole;
parlare de “la vita agiata” intrica però e confonde
amore e volontà; a menzionarla, c’è dell’altro da dire:
per esempio, la luce siccitosa all’altezza dei fili
del telefono sopra le tettoie per auto, non la media distanza
stillante luce di foto di giornale un mercoledì di smog,
ma quella luce del vento da nordovest, appesa al cielo
come caligine sugli stazzi;
e inoltre, uccelli montani, spinti dalla fame, che portano
con sé il suono di umidi fossi, il suono del palanchino;
a noi tocca sentire il sommamente ingrato
blaterìo del litigio dei vicini, vedere e rivedere la faccia
che oggi abbiamo visto vicino al negozio d’abiti sportivi
e sulla quale erano indistinguibili bava e pianto.

A parte nomi di luoghi esposti a incendi
C’è solo l’amore; non ci sono Arcadie.
Per quanto vario nel cuocere la carne, nel culto, nel divorzio,
l’ordine umano ha equanimità
al suo cuore. Affatto diversa dall’inerzia, è un luogo
dove il religioso non sta sulla difensiva e l’indignato sul chi vive,
dove il perdente ha perso interesse e il contabile fa tregua col rimorso,
dove l’agricoltore ha per un giorno faticato abbastanza
per campare, e l’artista smette di teorizzare –
dove tutti, in breve, sono scesi dal cavallo
delle loro identità in competizione.
Quasi sfuggente all’attenzione, acquisibile quanto la gravità,
è un continuo momento ricostituente. Pietà per la follia
che continuamente le manca, passando senza posa
da asserzione a incoscienza,
la follia che fa sembrare l’Inferno un picco dell’evoluzione.
Attraverso la pace riposata
(o anche faticata: aria quieta tra le sbarre della nostra attenzione)
discende gratuita pienezza che dura quanto la vita;
questo il tenore in cui Cristo parlava quasi sempre alla gente,
specialmente quando essa cianciava di Romani e regalità;
è la voce di ogni santità.

Dall’altromondo dell’azione e dei media è difficile
Mettere a fuoco questo piano continuo e interfogliato:
guardiamo dentro la luce –
sorridono alcuni, altri fanno boccacce.
Più naturale guardare gli uccelli per la via,
la loro vita avida, tirata, coraggiosa e cauta
come ogni vita per queste miglia urbanizzate
di alberi e mattoni mescolati,
osservare l’incessante grazia intermittente
che li accompagna in quasi ogni movimento,
la stessa grazia immota nelle forme degli alberi,
complessa in noi e negli altri passanti: vediamo che è indivisibile
e quasi non voluta. Che c’illumina dall’incommensurabile
che intravediamo a volte, prigionieri del punto
(la mente degli uccelli e la nostra così spiccatamente visive):
un campo tutto primo piano, e parimenti tutto sfondo,
come un dipinto dell’eguaglianza. D’infinita minuta grandezza
come l’attenzione di Dio. Dove nulla sottrae la prospettiva.