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Nei giorni del colore prismatico (Marianne Moore)

 


Nei giorni del colore prismatico (Marianne Moore)


non nei giorni di Adamo ed Eva, ma quando Adamo
    era ancora solo; quando il fumo non c'era, e il colore
era bello, non per l'affinamento
    di un'arte primitiva, ma per la sua stessa
originalità; e nulla c'era a modificarlo se non la

nebbia che saliva, e l'obliquo era una variante
    del perpendicolare, semplice a vedersi e
a spiegarsi: non è
    più così; né la fascia blu-rosso-gialla
di incandescenza che era il colore ha serbato il suo schema; è anch'essa una

di quelle cose in cui si può immettere e scoprire molto di peculiare;
    la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell'oscurità,
    più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
    come per confonderci con la tetra
illusione che l'insistenza
    è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev'essere caligine. Gutturale com'è principalmente, la sofisticazione è quel che è sem-

pre stata - agli antipodi delle iniz-
    iali grandi verità. «Parte strisciava, parte
si accingeva a strisciare, il resto
    stava torpido nella tana». Nel procedere lento, sussul-
tante, nel gorgogliare e in tutte le minuzie - noi abbiamo la classica
moltitudine di piedi. A quale scopo! La verità non è l'Apollo
    del Belvedere, non è la cosa formale. L'onda potrà sommergerla, se vuole.

Sappi però che ci sarà se dice:
    «Ci sarò quando l'onda se n'è andata».