da La percezione della Zona - L'eterno presente (Luca Michelini)
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da La percezione della Zona - L'eterno presente (Luca Michelini)


Intanto, per muoversi nella Zona, bisogna liberarsi dai pregiudizi. E per liberarsi dai pregiudizi, bisogna liberarsi dai giudizi. Perché, in realtà, ogni giudizio - è un pregiudizio. Ogni volta che pensiamo, noi siamo pre-giudicati dalle idee che ci permettono di pensare. Noi pensiamo di pensare così come pensiamo di respirare. Ossia imputiamo la responsabilità di entrambe le cose alla nostra volontà. In realtà la nostra volontà non ha nulla a che vedere con l'essenza della nostra capacità respiratoria. La nostra volontà può intervenire solo nel decidere di non respirare più, oppure nell'assecondare in una certa maniera il nostro respiro, il quale comunque accade indipendentemente dalla nostra volontà: noi pensiamo di respirare, ma in realtà siamo respirati [...].
E come noi pensiamo di respirare, ma in realtà siamo respirati, così pensiamo di pensare, ma in realtà, siamo pensati. E lo siamo da qualcosa che invece conosciamo benissimo: le nostre idee (o meglio, le idee alle quali apparteniamo). [...]

Il nostro modo di pensare non è affatto originario, ma è il risultato, come sostiene Edmund Husserl, di una stratificazione di processi mediante i quali la coscienza ha costruito quei parametri di comprensione del mondo che ci sembrano ovvi. [...] Il nostro essere è chiuso tra parentesi (e quindi in qualche modo obliato) dalle nostre idee, dalla nostra interpretazione del mondo, della sua apparenza. [...] Le idee sono potentissime, e ci governano da millenni; non è facile, liberarsene. Bisogna operare una "sospensione del giudizio": epoché, la chiamano i filosofi. Per muoversi nella Zona, bisogna smettere di essere dei pre-giudicati. La certezza delle idee tende ad obliare l'incertezza dell'esistenza, l'indicibilità dell'Essere. Per muoversi nella Zona, bisogna chiudere tra parentesi le idee e liberare l'essere, liberarlo in tutta la sua velatezza, ossia aprirsi alla domanda fondamentale, che è appunto la domanda dell'essere. [...] La Zona proviene dal nulla e nel nulla ritorna. È del tutto inutile cercarne un'origine. L'origine è tutta compresa nell'indicibilità dell'Essere. Nella sua indecibilità. [...] C'è chi, dentro a quel nulla, sospingendosi con fermezza fino in fondo a quel nulla, fino a non concepirne altro che un'evidente e disperante assurdità, lasciando che la sua ragione si scontrasse con quell'assurdità, lasciando che il suo pensiero annegasse nella perdita di senso delle cose, ha poi trovato, nell'immensità della Zona, uno scoglio solitario: e lì, in profondissima quiete, ha preferito, per estrema onestà, restare: lui, caparbio e irriducibile pioniere del nulla, nel nulla sporgendosi sull'eternità dei secoli a contemplarvi interminati spazi e sovrumani silenzi... C'è invece chi, perdendosi dentro a quel nulla, si è poi ritrovato, nel bel mezzo della vita, prigioniero di una selva selvaggia, popolata di belve, in quella poi incontrando la propria guida, la propria virtù, la propria fede. C'è chi, reclinando il volto sull'Amato, l'ha chiamato, quel nulla, notte oscura, fra i bianchi gigli per sempre in essa obliando ogni pensier lasciato... Ma queste sono persone rare, persone di genio, che hanno saputo uscirne. Chi sa uscire dalla Zona, trova parole, per nominarla. Ma per uscire dalla Zona, bisogna saperla riconoscere. [...]

Quando ti muovi nella Zona con la giusta consapevolezza, ossia usando l'organo giusto, che non è più quello della ragione, bensì quello della naturale sensibilità dell'esserci in una esistenza spogliata dalle idee (e quindi dal logos, dalla parola rivelata, dalla Legge), quando, crollate le idee, intorno a te si manifesta il deserto delle cose, la perdita di senso della ragione, lo sgomento, allora, fiore di quel deserto, se avrai il presagio di un Dio, se saprai concepirti nella sua prossimità, se saprai contenerlo con ritegno dentro al tuo pudore, quello sarà un Dio vero, perché sarà il tuo Dio interiore, il disvelamento (alétheia, come indica Heidegger) del tuo vero essere, del suo velato manifestarsi. [...]

L'indifferenza è il male supremo. Atrofizza la mente. Spegne la vita. [...] E invece, muoversi nella Zona con la giusta consapevolezza, sgombrata la mente dalle idee e chiusa fuori la chiacchiera, è indispensabile mantenere la carne viva e la coscienza sensibile.
Opposto all'indifferenza, è lo stupore. Lo stupore nasce verso qualcosa per la quale non sappiamo farci una ragione; lo stupore nasce nell'incomprensione della cosa. Al cospetto dello stupore, la ragione è costretta ad abdicare. [...] Questo è il momento della vita... o mai più altro! afferma Diotima contemplando la bellezza. Solo nello stupore, può vivere il presente. Tutto ciò che non è stupore, ci distoglie dal presente, ci riporta in seno alla ragione, nel regno delle idee. [...]

Vivere il presente, non significa quindi essere figli del proprio tempo, tutt'altro. E neppure "cogliere l'attimo". Vivere il presente significa piuttosto uscire dal tempo, eliminare il concetto di passato e di futuro, concepire la storia, nello spessore dei suoi secoli, come costante attualità, dilatare la vita, nella sua crescita e nella sua finitudine, in un eterno presente, - e avvertire il presente come una dilatazione eterna... La verità dell'Essere e la sua essenziale permanenza non sono né l'anteriore, né il posteriore, dice Heidegger, l'esserci (l'evento) è simultaneità spazio-temporale. [...] E allora, concepito, nella sua costante attualità, l'eterno al posto del tempo, il presente al posto dell'infinito, anche lo spazio tornerà ad apparire, in natura, semplicemente per quello che è: la zona dell'esistenza. [...]

Lo stupore genera la meraviglia, la meraviglia produce l'estasi. Dall'ipostasi dell'esistenza (ypo-stasis, ciò che sta sotto), all'estasi dell'essere (ek-stasis, ciò che sta fuori). Per muoversi nella Zona, questo è il percorso da compiere. Nichilismo estatico, lo chiama Nietzsche. Il fenomeno dell'estasi, nella sua più sublime possibilità, diventa l'epigono della conoscenza spirituale, l'uscita da sé. Religiosamente parlando, l'estasi mistica. [...] La ragione è completamente rimossa, il corpo è l'assoluto testimone della mente. [...]

Quello che nel divino trionfa può essere solo natura. Le cose di Dio esistono in natura, quelle dell'uomo esistono nella ragione. La religione, intesa come metafisico parto della ragione, essendo la ragione il nefasto strumento del velleitario dominio della natura, è [...] una mostruosa crudeltà. Distinguere le cose religiose da quelle profane, è una mostruosa crudeltà. Non bisogna cercare le cose religiose, per salvarsi la coscienza, ma la religiosità delle cose. Bisogna concepire la sacralità della natura, la sua sovrana bellezza, il santo rispetto dell'esistenza e della vita. [...]

Le cose di Dio sono in natura: nella Legge e nella Ragione, nella Legge della Ragione e nella Ragione della Legge, ci sono i torti dell'uomo. L'eternità è un fanciullo che gioca, osserva Eraclito. [...] Le cose di Dio non sono immortali, ma sono eterne. E le cose di Dio sono in natura. E l'eternità è nella natura. E noi, uomini, siamo in natura. Quindi eterni. Per il tempo che ci è dato di esserci. Ma la ragione ci distoglie dalla nostra eternità. Noi vogliamo dominare, la natura, piuttosto che esserci, in natura. Non si può essere in natura pretendendo di dominarla. Bisogna obbedire alla natura, non farsi obbedire dalla natura, esorta Spinoza. Per dominare qualcosa, bisogna essere al di fuori di quella cosa, bisogna controllarla, essere superiori ad essa (bisogna essere la superpotenza di quella cosa, il popolo eletto di quella cosa, la razza ariana di quella cosa, l'ideologia di quella cosa, l'idea di quella cosa). In realtà, Platone, dove pensava d'individuare la verità delle cose, ne stava semplicemente scoprendo il dominio. La sua metafisica ha iniziato a "snaturarci". [...]

Poiché tutto è natura, noi non possiamo pretendere di essere fuori dalla natura, altrimenti non saremmo. Eppure noi [...] invece di usare la ragione come un organo tra gli altri, così come si usa la vista o l'udito, ne facciamo l'unico strumento di verità, il cogito ergo sum, costringendola a ragionare su se stessa, a inventarsi in un'infinita e proliferante architettura d'inutili lemmi, di ricercate definizioni, di mirabolanti invenzioni, dentro le quali arrotolandoci superbamente, alienati dalla natura, obliamo noi stessi e obliamo l'Essere. [...]

Nulla è chiaro, nella Zona, ma tutto è significativo. Tutto ciò che accade nella Zona, è un fatto; e accade per sempre. Il fatto si esperisce in natura. In natura ci è data l'esperienza d'esistere. Ci è data la possibilità di esperire l'esistenza. O meglio, di es-perire nell'esistenza: di essere nell'esistenza con la consapevolezza, in essa, di perire. Questa è l'unica realtà. Tutto il resto è nulla, pura illusione della ragione. L'eterno è quella molecola d'oro che si deposita nella coscienza dell'esperienza. L'esperienza non è "fare delle esperienze". L'esperienza, se è, abbraccia tutta l'esistenza, quindi può essere concepita solo al singolare [...]. Dentro questa esperienza, noi possiamo fare accadere dei fatti; oppure concepirci come fatto accaduto.

Possiamo decidere, oppure essere decisi. Possiamo, con l'intervento della ragione, decidere cosa essere; oppure essere decisi dall'accadimento del nostro esserci. Possiamo lasciare che sia la nostra ragione a deciderci, strumentalizzando ad essa il nostro essere; oppure essere decisi dal nostro essere, strumentalizzando ad esso la nostra ragione. - Ulisse non vuole più fare accadere dei fatti (conquistare Troia), la sua speranza è ripristinarsi nella sua esistenza, ritornare a Itaca. Questo è l'accadimento. La sua volontà di ritorno, lo decide. In essa acquista potenza. Ulisse, nel suo ritorno a Itaca, non fa accadere dei fatti. I fatti accadono dentro la sua esperienza, e lo trovano costantemente deciso. Ulisse non deve decidere cosa fare, Ulisse sa cosa deve fare, perché è deciso. Solo così può superare le avversità del Fato. Questa è la sua vera salvezza. Ciò che chiamiamo decisione - dice Heidegger in Essere e tempo - è il tacito ed angoscioso autoprogettarsi nel più proprio esser-colpevole. De-cidere, come insegna Cacciari, è re-cidere. [...]

Quando siamo integralmente recisi nella nostra singolare esperienza, nell'intero segmento della nostra vita, nel nostro eterno presente, non abbiamo bisogno di decidere, di frantumarci nelle infinite - e in quanto tali illusorie - possibilità del divenire. [...] Eliminare l'equivoco del così detto libero arbitrio. Riportarlo all'interno della prima opzione: noi possiamo fare accadere dei fatti, che ci costringono alla necessità della decisione; oppure concepirci come fatto accaduto, che ci apre alla libertà di essere. [...]

Nulla è chiaro. Tutto è significativo. Per capire fino in fondo questa lapidaria sentenza di Heidegger, basta aggiungere l'articolo al primo sostantivo che usa. Quando il nulla è chiaro, tutto diventa significativo. Quando il nulla è chiaro, quando diventerà chiaro il nulla della ragione, della legge della ragione e della ragione della legge, quando la ragione, invece di essere innalzata ad idolo di noi stessi, come avviene nella nostra tecnologica civiltà, tornerà ad essere concepita per quello che semplicemente è, ossia la naturale proboscide dei nostri sensi, quando si accetterà che la ragione taccia su quello di cui non si può parlare, allora tutto diventerà significativo, e ognuno potrà finalmente vedere quello che è sotto gli occhi di tutti...
È nella chiarità del nulla [...], nell'autenticità dell'esserci dentro al nulla che siamo, che tutto diventa significativo. Bisogna dare una risposta all'esistenza non con l'inutile pretesa di volerla capire attraverso i perché della ragione (destinati tutti a generarsi e consumarsi uno dentro l'altro), bensì con l'essenziale partecipazione alla presenza della vita stessa, con l'esperienza della vita (e quindi della storia) che si dilata nel nostro essere nel presente, che ci decide nell'eterna presenza del suo esserci. Questa è la conoscenza. L'unica conoscenza degna di essere creduta.