"L'altare esistenziale che semplicemente «è»" (Thomas Merton)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

tantra

gli esercizi

testi

poesie

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 



"L'altare esistenziale che semplicemente «è»" (Thomas Merton)


Abbiamo iniziato a leggere oggi da un testo di Thomas Merton: Nuovi semi di contemplazione. Thomas Merton fu monaco trappista, scrittore più che prolifico e fortemente interessato anche alla spiritualità orientale, soprattutto zen.

"La contemplazione è l'espressione più alta della vita intellettuale e spirituale dell'uomo. È quella vita stessa, pienamente cosciente, pienamente attiva, pienamente consapevole di essere vita. [...]
La vita contemplativa implica due gradi di consapevolezza: primo, consapevolezza della domanda; secondo, consapevolezza della risposta. Benché questi due gradi siano distinti e immensamente diversi tra loro, pure sono coscienza di un'identica realtà. La domanda è, essa stessa, la risposta. E noi siamo ambedue le cose. Ma non possiamo saperlo finché non ci siamo portati al grado superiore; ci ridestiamo non per trovare una riposta nettamente diversa dalla domanda, ma per renderci conto che la domanda è risposta a se stessa. E tutto ciò si riassume in un'unica consapevolezza: non un'affermazione, ma un'esperienza: «Io sono».
[...] La contemplazione [...] è una conoscenza pura, verginale, povera di concetti, più povera ancora di ragionamenti.
[...] Nulla è più ripugnante di una definizione pseudo-scientifica dell'esperienza contemplativa, [...] chi cerca di dare una simile definizione è tentato di procedere psicologicamente [...]. Voler descrivere «reazioni» e «sensazioni» equivale a situare la contemplazione là dove essa non può trovarsi, ossia al livello superficiale della coscienza [...]. Ma questa osservazione e questa coscienza fanno precisamente parte di quell'«io» esteriore che «muore» e che viene gettato in disparte come un abito sudicio, al risveglio genuino della vita contemplativa.
La contemplazione non è, non può essere, un'attività di questo «io» esteriore. Vi è opposizione irriducibile tra l'«io» profondo, trascendente, che si ridesta solo nella contemplazione, e l'«io» superficiale, esteriore, che noi identifichiamo abitualmente con la prima persona singolare. [...] L'«io» che opera nel mondo, che pensa a se stesso, che osserva le proprie reazioni, che parla di se stesso, non è il «vero io» [...]. La contemplazione è precisamente la consapevolezza che questo «io» è in effetti il «non-io»; è il risveglio dell'«io» sconosciuto, che non può essere oggetto di osservazione e di riflessione ed è incapace di commentare se stesso. Quell'«io» sconosciuto non può nemmeno dire «io» con la sicurezza e l'impertinenza dell'altro, perché per natura è nascosto, senza nome, non identificato in quella società dove gli uomini parlano di se stessi e degli altri. [...]
Nulla è più contrario alla contemplazione del cogito ergo sum di Cartesio. «Penso, quindi sono». Questa è la dichiarazione di un essere alienato, esiliato dalle sue profondità spirituali, costretto a cercar conforto nella prova della sua esistenza (!) basata sull'osservazione che egli «pensa». [...] Egli giunge al suo essere come se fosse una realtà oggettiva, ossia si sforza di diventare consapevole di se stesso come lo sarebbe di qualcosa al di fuori di se stesso. E dimostra che la tal «cosa» esiste. E si convince: «Io sono quindi qualche cosa». [...]
La contemplazione, al contrario, è la comprensione sperimentale della realtà come soggettiva, non tanto «mia» (che significherebbe «appartenente all'io esteriore») ma «di me stesso» nel mistero esistenziale. [...]
Per il contemplativo non vi è nessun cogito («io penso») e nessun ergo («quindi»), ma soltanto il sum («io sono») [...].
La contemplazione non è né rapimento, né estasi, né l'udire improvvise parole inesprimibili, né vedere luci arcane. Non è il calore emotivo né la dolcezza che accompagnano l'esaltazione religiosa. Non è l'entusiasmo, né la sensazione di essere «afferrati» da qualche forza primordiale e trasportati impetuosamente verso la liberazione tramite una frenesia mistica. Tutte queste cose [...] non sono opera del nostro «io profondo»; sono solamente frutto di emozioni, del subcosciente somatico; sono un insorgere delle forze dionisiache del subcosciente. [...]
La contemplazione [...] è uno spaventoso infrangere e bruciare di idoli, una purificazione del santuario, affinché nessuna immagine scolpita occupi il posto che Dio ha ordinato fosse lasciato vuoto: il centro, l'altare esistenziale che semplicemente «è»" (pp. 13-25).